Ci interessa il potere?
di Adriana Maestro

Confrontandomi qualche giorno fa con Luisa Cavaliere sul tema del potere, ho affermato che, a pensarci bene, si tratta di un tema che non mi appassiona. Ho riflettuto in seguito sulle mie parole e mi sono resa conto di aver detto una cosa non vera e di essere caduta in questo equivoco perché avevo nella testa un’idea di potere legata a quel modello culturale che in Occidente ha da sempre escluso le donne. 

In particolare, la parola “potere” mi rimandava immediatamente al potere nella sfera pubblica, al potere politico nel senso di potere di rappresentanza nelle istituzioni, o comunque al “potere” nel senso di “legge del più forte”. Un bell’articolo della studiosa inglese Mary Beard, apparso su Internazionale a inizio aprile, ricostruisce la genesi di questo stereotipo di potere – che ha le sue radici già nel mondo greco – edificato proprio sull’esclusione delle donne.

Continuando a riflettere, mi sono resa conto che, al contrario di quanto in prima istanza affermato, io mi misuro invece ogni giorno con la questione del potere, in maniera spesso anche faticosa, se per “potere” si intende la volontà di essere efficace nel mondo, di incidere in qualche maniera, di agire una forza trasformatrice, di essere ascoltata, di “essere presa sul serio”. E tutti i giorni mi confronto con un universo maschile fatto di toni di voce, di incroci o elusione di sguardi, di interruzione della parola, di non ascolto, di compiacenza galante, di tanti altri piccoli e grandi segni, costruito per escludere le donne.

È diventata una pratica abituale e divertente per me in alcuni contesti, quando mi accorgo di essere considerata un gradevole dipiù, sottrarmi alla conversazione (in genere gli altri partecipanti non se ne accorgono granché), per diventare attenta osservatrice delle dinamiche relazionali. E mi diverte provare a immaginare quale effetto avrebbero prima di tutto su di me le parole di un uomo pronunciate da una donna e viceversa, giocando col mio immaginario simbolico e, per quanto possibile, con quello degli altri e delle altre. L’effetto è per me sempre interessante oltre che divertente, mi avvicina molto di più alla “sostanza delle cose” e mi aiuta a definire i margini di possibilità del mio pensiero e della mia azione.

Si tratta di un gioco, ma neanche tanto.

Credo sia addirittura un dovere per le donne confrontarsi oggi col tema del potere; una narcisistica e aristocratica dichiarazione di impotenza quella di tenersene a distanza. Naturalmente è necessario intendersi su cosa significa per noi “potere”, come si misura, quale è per noi la fonte del potere. Per me, ad esempio, ha molto a che fare con quel tipo di autorevolezza antidoto di una concezione “muscolare” dei rapporti di forza.

È questa la vera questione. «Da un potere inteso in maniera elitaria, molto legato al carisma e alla leadership, le donne in quanto genere – non come singoli individui – sono escluse per definizione. Non è facile inserire le donne in una struttura che è già codificata come maschile. Bisogna cambiare la struttura» (M. Beard, Un altro genere di potere, in Internazionale, 31 mar./6 apr. 2017).

Questa torsione dello sguardo, tutt’altro che banale, è un’operazione complessa, profonda e niente affatto scontata. Comporta una ridefinizione simbolica del termine “potere” insieme a tutti i cliché culturali a esso collegati. Solo a partire da questa ridefinizione è possibile affrontare veramente la questione dello spazio che le donne hanno e vogliono avere. Finché il modello di potere rimane quello che ci è stato tramandato fino a oggi e che è fatto dagli uomini per gli uomini, non affronteremo mai veramente la questione.

Si tratta di cambiare il linguaggio, sottrarsi all’ordine del discorso dominante e conquistare l’indipendenza simbolica (cfr. L. Cigarini, L. Muraro, Per quanto possa sembrare strano, Marx, Introduzione a S. Weil, Oppressione e libertà, Napoli-Salerno, 2015). Anche naturalmente rispetto alle fonti autoritative di quel potere. Quanta debolezza rimandano quelle donne che ricoprono posti di rilievo, che gestiscono potere nel senso tradizionale della parola, quando da tutto il loro fare emerge con chiarezza che è maschile la fonte di legittimazione del loro potere e che dunque a quel modello rispondono. Debolezza paragonabile solo a quella che promana dal civettuolo “le donne salveranno il mondo”.

Queste affermazioni, di tanti uomini ma anche di tante donne, mirano proprio, più o meno consapevolmente, o in maniera quantomeno superficiale, allo svuotamento simbolico della forza femminile. Quella forza che oggi le donne hanno, grazie a decenni di lotte e di acquisizione di consapevolezza, e che ha dato una straordinaria prova di sé nella grande manifestazione promossa contro il neopresidente Trump lo scorso gennaio, mostrando quel desiderio diffuso di politica che, come scrive Lia Cigarini nel bell’articolo apparso in Inchiesta lo scorso marzo, altro non può essere che «intreccio tra vita e politica» (L. Cigarini, Un desiderio diffuso di politica, in Inchiesta, gennaio-marzo 2017).

Su questi temi, Lia Cigarini si confronterà in un dialogo pubblico con Salvatore Esposito, presidente della rete Mediterraneo Sociale, all’Università del Sannio, il prossimo 12 maggio.

Mi piacerebbe che questa fosse l’occasione per misurarci autenticamente e nella maniera più sincera su questi temi, per mettere in discussione certezze, per parlare di noi, del nostro rapporto col potere, di quanto lo temiamo, quanto lo agogniamo, quanto lo subiamo o lo agiamo; se per noi è connotato in maniera positiva o negativa. Per capire che modello di potere abbiamo in testa. Per parlare di tutto questo non in maniera generica ma a partire da noi, dalle nostre pratiche, senza avere paura di metterci in gioco.

 

 

 

 

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