Lotta di classe
di Isaia Sales 

Seguendo i ripetuti episodi di aggressioni da parte delle baby-gang a Napoli, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una permanente disgregazione sociale, che si sta manifestando in tanti modi e quotidianamente. La violenza si è trasformata in un’identità di massa per migliaia di ragazzini senza nessun’altra identità alternativa. Mettere paura e soggezione è diventata l’unica competizione accettata tra i giovani. Comportarsi civilmente e con educazione è ritenuta una grave debolezza. La bontà e l’umanità, e perfino la normalità, sono considerate cose da perdenti.

Nelle periferie delle città europee, e in parte anche di quelle nordamericane, alla base della violenza dei giovanissimi ci sono come luoghi i quartieri-ghetto e come motivazione l’odio per i padri immigrati che non si sono ribellati al ruolo di schiavi che la società ospitante gli ha riservato. Una violenza che nasce dal senso di esclusione percepito dai figli degli immigrati di prima generazione, un processo di radicalizzazione sociale che ha trovato sponda anche nell’islamismo jihadista. Dunque, una rivolta generazionale contro l’onore perduto dei padri. Un risentimento provato nei confronti della società occidentale di cui sono entrati a far parte tramite i padri. In ogni caso, un processo di fallimento dell’integrazione.

Se è questo il malessere delle banlieu, qual è il malessere che si manifesta nei quartieri napoletani? Che tipo di radicalizzazione sta avvenendo nel corpo della città partenopea? E che tipo di fallimento rappresenta? Se per alcune grandi città dell’Occidente la violenza giovanile è espressione del fallimento dell’integrazione dei loro padri, da noi invece rappresenta il risultato di una integrazione mai veramente tentata. Qui non c’è stato un processo di immigrazione pari alle altre grandi città, italiane ed europee. È, dunque, il fallimento di una integrazione interna alla nostra stessa società, non esterno. Da noi si stanno radicalizzando i figli dei napoletani dei quartieri meno abbienti, non i figli degli immigrati. Una radicalizzazione più grave proprio perché apparentemente era più facile il processo di integrazione.

La potremmo definire la radicalizzazione di insoddisfatti che non sanno bene i motivi della loro insoddisfazione, spaventati di crescere senza prospettive, profondamente inadeguati alla sfida della competizione con gli altri, squattrinati in cerca di se stessi con l’ossessione dei soldi. Una radicalizzazione della violenza non motivata da un contrasto evidente, esplicito con altre idee, con altri valori, con altre prospettive. Non contro qualcosa, ma solo contro qualcuno, perché sempre c’è bisogno di un qualcuno contro cui praticare l’emozione della distruttività. È una “radicalizzazione del niente”, perché niente sono quelli che la praticano e niente di concreto perseguono. Potremmo quasi dire che l’obiettivo non è la contestazione dei loro padri, ma quello dei padri degli altri ragazzi che aggrediscono. In fondo, anche il loro è un mondo senza padri, un mondo di assenze: l’assenza di legami sociali solidi, di norme, di autorità, l’assenza della Legge, in una società senza norme e leggi universalmente accettate.

La base del gruppo dei giovanissimi “in rivolta” è il luogo dove si vive. È il rione a dare identità al gruppo, non la fede politica, la passione sportiva, il credo religioso. L’unico legame sociale e comunitario è il proprio quartiere, il proprio territorio che viene idealizzato e contrapposto a tutti gli altri. Si è di un quartiere prima di essere napoletani. E si concepiscono le uscite dal quartiere come scorrerie in un territorio ostile e potenzialmente pericoloso. Vivono il mondo attorno al loro rione come una minaccia. E sono divisi tra l’affettività verso il loro gruppo e l’aggressività verso il resto del mondo. Si vive a ridosso ma con una frattura sociale impressionante. Alcuni quartieri sembrano essere caratterizzati da una impressionante compattezza e continuità delle strutture sociali di degrado. Questa spessa scorza è fatta di abitudini, usi, costumi, comportamenti cementati nel tempo e nello spazio che trasmettono la sensazione, nelle attuali condizioni, di inattaccabilità. Si nasce e si vive all’interno dello stesso mondo, con una impressionante ostruzione di tutti i meccanismi non tanto di ascesa ma anche di normale rimescolamento sociale. Solo radicali politiche sociali potrebbero essere in grado di porre un argine. Ma non si intravedono neanche lontanamente.

 

 

 

 

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