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Cosa ci dobbiamo aspettare
di Paolo Cacciari

Parto da me. Confesso un doppio, contradditorio, stato d’animo post-elettorale. Da una parte una allegra – al limite dell’incoscienza – compiacenza per la caduta di un sistema di governo partitico tanto arrogante, quanto opaco e inetto. Dall’altra, una inquietudine profonda per l’emergere di forze politiche che non hanno nelle loro corde culturali una idea di democrazia piena, progressiva, inclusiva, insorgente. E ciò avviene non solo in Italia, ma in quasi tutti i paesi europei in Austria come in Polonia, in Ungheria come Danimarca… fino negli Stati Uniti con Trump.

Per questo motivo il mio primo pensiero preoccupato va ai più deboli: ai migranti che tentano di raggiungere le nostre coste, ai lavoratori senza diritti, ai senza tetto, agli emarginati, alle donne; a tutte le organizzazioni sociali impegnate contro la prepotenza dei poteri economici-finanziari, contro le privatizzazioni dei beni comuni, la spoliazione dello stato sociale; ai gruppi che tentano di avviare economie informali e aprire centri di accoglienza e di aggregazione per i giovani e non solo. Mi domando: che sarà di tutti costoro (noi), presi in mezzo nella “competizione per l’egemonia tra forme concorrenti di populismo” (Pezzella 2015*), impersonificate al Nord da una Lega lepeniana, marcatamente xenofoba, che usa motivi razzisti nel fomentare l’odio per il diverso, e al Sud dai 5 Stelle che hanno indossato l’abito scuro e fatto dell’ “ordine”, della legalità senza giustizia, dell’onorare il debito la carta di accredito per salire nei piani alti del palazzo?

Confesso di non avere nessuna nostalgia per il passato. Constato solo che nel dissolvimento delle ideologie Otto e Novecentesche e delle conseguenti identità politiche createsi attorno a visioni di società e a sistemi di pensiero quali il liberalismo e il socialismo – nelle loro infinite varianti storiche e contaminazioni pratiche e teoriche che vanno dal cristianesimo sociale al comunismo – si fa strada una nuova ideologia che si appella non più a delle parti sociali e a dei progetti politici, ma alla generalità del “popolo”, dei cittadini, degli elettori. Come se si trattasse di un corpo unico, con una unica identità collettiva e con solo due “nemici” verso cui scaricare tutte le colpe delle sofferenze individuali: il mondo esterno, che minaccia le potenzialità economiche e la sovranità della nazione, e la oligarchia partitocratica che ha tradito e si è fatta casta. Uno schema molto semplice e facile da capire che permette alle nuove forze politiche – chiamiamole “populiste” – di costruire una forte rappresentazione simbolica astratta del popolo come un aggregato sociale omogeneo, e di rivolgersi a lui senza curarsi delle differenze e delle disparità di condizione sociale, di status, di genere, di luogo e di potere in cui versano i singoli individui concreti. Per questo viene detto che i partiti “populisti” sono un “significante vuoto”, un contenitore privo di contenuti valoriali. Dentro ci si può mettere ciò che conviene al momento. L’abilità politica è dire alle masse esattamente quello che vogliono sentirsi dire. Se vi pare esagerato, basta ascoltare Beppe Grillo in versione filosofico-darwiniana (discorso: Il futuro della nostra specie, alla mostra Huna+, il 5 marzo, un giorno dopo le elezioni): «Il meccanismo nostro della evoluzione è quello di adattarci a qualsiasi tipo di ambiente. La specie che sopravvive non è quella più forte ma quella che si adatta meglio. Quindi noi siamo dentro un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ tutto. Possiamo adattarci a qualsiasi cosa». Di Maio, ai festeggiamenti ad Acerra il 6 marzo, precisa: «Tutti provano ad avvicinarci o alla destra o alla sinistra. Noi non siamo né di destra né di sinistra, quelle sono categorie superate. Questo ci ha fatto arrivare dove siamo». L’egemonia si conquista con strategie retoriche, stili comunicativi e contenuti flessibili che di volta in volta vanno incontro ai desideri del pubblico, della platea, dell’uomo medio, della “gente comune”… la cui massima capacità di autorganizzazione è partecipare ai reticoli dei social network.

Con questo non voglio assolutamente dire che tutti i populismi sono uguali. “Popolo” è un’espressione troppo vaga e ambigua con cui si possono etichettare cose molto diverse, anche: le masse popolari, la maggioranza della popolazione, il “99%” di Occupay Wall Steet, la “moltitudine”…

Salvini capo di governo è un vero incubo, Di Maio solo un punto di domanda.

*Mario Pezzella, Critica della ragione populista, in: Lessico post-democratico, Perugia Stranieri, University Press, 2015.

 

 

 

 

 

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