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Dignitas
di Giuseppe De Marzo

Non possiamo più girarci intorno. Il conflitto in atto da dieci anni sta modificando assetti politici, culturali, economici, giuridici e relazionali, ma continua abilmente a tenere nascosta la vera posta in gioco, la domanda di fondo, per certi versi indicibile: il diritto all’esistenza va garantito a tutti e tutte? Quando un sistema economico e di regole non garantisce più i diritti di un terzo dei suoi cittadini e ne mette a rischio altrettanti, come avviene nel nostro paese, è evidente che non si pone più come obiettivo quello di garantire a tutti il diritto all’esistenza.

E le visioni politiche rappresentate dalle principali forze del paese teorizzano una possibile uscita dalla crisi con gli stessi diritti conquistati nel ‘900 o sostengono invece che bisognerà rinunciarvi e “accontentarsi”?

La risposta è unanime, ed è la seconda. Non c’è più spazio per un pensiero politico della trasformazione, secondo i nostri gruppi dirigenti. Sono i dati dell’aumento senza precedenti della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese a confermarlo. La politica non più come strumento di cambiamento della propria condizione materiale ed esistenziale, come visione del futuro, ma semplicemente come garanzia della continuità della governance, incapace di indicare un futuro diverso e migliore per tutti. Lo confermano gli studi fatti da centri di ricerca e ong come Oxfam: le norme varate negli ultimi dieci anni rispondono fedelmente agli interessi delle élite economiche e finanziarie.

Anche qui, è inutile girarci intorno. In questa direzione ritroviamo le scelte che vanno da Berlusconi, a Monti, a Renzi, a Letta, sino ad arrivare alla coppia Di Maio-Salvini, preoccupatissima di garantire “continuità”, dopo aver strillato per anni esattamente il contrario. Strillano i capi in tv, aizzando i cittadini verso l’inesistente invasione nera, senza però spiegare di chi siano le responsabilità del peggioramento senza precedenti della nostra condizione, della scomparsa del lavoro, dell’aumento spaventoso della corruzione e dell’evasione fiscale, del rafforzamento delle mafie e dell’analfabetismo di ritorno. Abili prestigiatori nello spostare l’attenzione, asserviti alla legalità dei forti. Quando poi si governa, è il giudizio di chi li ha partoriti che va soddisfatto: quello dei mercati. Sono le nuove divinità pagane delle principali forze politiche. Ad esse si inginocchiano, sperando di non urtarne gli umori. Senza porsi domande, accettando un destino manifesto che fotografa la resa incondizionata a un futuro di miseria e guerra per ceti medi e ceti popolari. Come la storia insegna, quando a guidare i destini rimangono in campo solo gli interessi speculativi, politici pronti a servirli e un contesto di povertà, paura e ignoranza.

«Come staranno i mercati stamattina?» Una classe dirigente politica culturalmente subalterna a un’unica visione dell’economia e della governance, priva di qualsiasi capacità di costruire alternative, ha finito per introiettare i dogmi dell’austerità a scapito degli obblighi imposti dalla nostra Costituzione, tradendola. Del resto, il governatore Visco della Banca d’Italia è stato chiaro il 10 febbraio scorso in conferenza stampa: «Il vangelo delle riforme non va toccato». A conferma di quello che dicevamo, solo il dogma e la fede rimangono per spiegare la follia di voler continuare con politiche di austerità che hanno messo in ginocchio il paese e il continente. I mercati come il verbo dei “vangeli”. Qualcuno potrebbe obiettare che in effetti la forza dei “mercati” è ormai tale che potrebbero far fallire un paese con un paio di algoritmi. Giusto: allora obiettiamo che se la politica non è in grado di distruggere un potere privato così forte e così capace di incidere negativamente nelle nostre vite, allora non serve a niente e va cambiata.

Garantire a tutti la dignità e il diritto all’esistenza attraverso politiche sociali e strumenti di sostegno al reddito già attivi in tutta Europa dal 1992 sono invece le ragioni profonde da cui siamo partiti cinque anni fa, prima con la campagna Miseria Ladra, e poi con la Rete dei Numeri Pari. Questa è la nostra idea di politica, al servizio di una civiltà fondata sul diritto all’esistenza come previsto dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei Diritti dell’Uomo. Questo è quello che ha portato centinaia di realtà ad avanzare a voce unica la proposta di istituire anche nel nostro paese una misura di sostegno al reddito che abbiamo definito Reddito di Dignità. Esattamente come avviene già in tutta Europa. L’abbiamo fatto a partire dai punti essenziali già definiti come irrinunciabili dal PE e dalla CE. Abbiamo scoperto che siamo il paese messo peggio, e che i nostri politici sono stati richiamati da anni su questo tema. «Ce lo chiede l’Europa», in questo caso, non ha funzionato.

Se riteniamo essenziale, per la nostra cultura giuridica e per sconfiggere la crisi, garantire a tutti il diritto all’esistenza, il sistema di welfare italiano risulta inadeguato, sottofinanziato e incapace di garantire protezione sociale a quanti ne hanno diritto. A dirlo in Parlamento già due anni fa il presidente dell’Istat Alleva. Il fatto che nessuna forza politica abbia preso a cuore la riforma del welfare nella direzione indicata dalla Costituzione, partendo dai limiti denunciati dall’Istat, dimostra la resa delle classi dirigenti di fronte alla necessità del modello dominante di espellere milioni di esseri umani dalla comunità della giustizia. Continuare ad aspettarsi che il prossimo governo cambierà le cose sarebbe un grave errore, avendo compreso che in questo contesto culturale a cambiare può essere solo il volto di chi guida, mentre l’abito politico rimane lo stesso ed è confezionato dal regime dall’austerità di Francoforte. Ne usciamo solo se lavoriamo per costruire una società in movimento che abbia al centro del proprio impegno la battaglia per garantire a tutti dignità. Solo questo humus può garantire la rinascita di una visione politica all’altezza della sfida posta dal tempo della crisi. A questo siamo chiamati tutti a concorrere.

 

 

 

 

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