Voglio cambiare nome
di Salvatore Esposito

La dinamica dei rapporti fra mondo della Pubblica Amministrazione, della Imprenditoria Privata e del Terzo Settore si è evoluta nel tempo a seconda delle fasi storiche dei processi economici legati alla espansione o alla riduzione dei consumi e dei servizi. La quantità e la qualità delle scelte di programmazione strategiche e degli investimenti ha sempre risentito del peso della partecipazione democratica dei movimenti di massa e delle Comunità, dei modelli organizzativi e burocratici dello Stato e, non ultimi per importanza, della dinamica dei processi finanziari sottesi al modello di sviluppo.

Le diverse rivoluzioni industriali e, in particolare, il fordismo compatibile con i contratti costituzionali – art. 41 della Costituzione Italiana, con il patto fra libertà dell’impresa e dignità del lavoro – avevano aperto spazi di coesione e di mobilità sociale inediti nella seconda metà del Novecento dopo i terribili conflitti mondiali e la barbarie delle dittature. La questione democratica, la questione del lavoro e la questione sociale erano connesse e i parlamenti liberamente eletti ne riflettevano le dinamiche nel conflitto sociale come nella corresponsabilità dei processi democratici fondamentali.

La finanziarizzazione dei processi economici – anche se le legislazioni parlamentari progressiste provano a resistere – ha spostato il baricentro degli interessi privati fuori dai processi democratici nazionali e internazionali, tradendo di fatto le Costituzioni europee e cedendo ad un aggravamento strutturale delle disuguaglianze con la moltiplicazione dei profitti: si chiama redistribuzione alla rovescia (Cfr. J. Stiglitz), la produttività cresce e la retribuzione diminuisce, il rapporto fra salario di amministratore delegato e lavoratore medio passa da 20 a 1 a 354 a 1. I diritti fondamentali delle persone e delle comunità oggi sono completamente disancorati dai processi e dalle leggi finanziarie scritte e non scritte.

Lo sfruttamento del pianeta e il modello di crescita distruttiva negano, prima ancora che sottovalutarlo, il valore del bene comune, della qualità della vita delle Comunità e dell’effettivo esercizio dei diritti, irridendo anche alla faticosa legislazione europea guadagnata in questo campo – Carte sociali, Carte dei diritti e diverse raccomandazioni, su reddito e inclusione. Il cosiddetto Terzo Settore nasce e cresce in questo mondo: 300mila organizzazioni attive, in crescita del 28% rispetto al censimento 2001. Poco meno di un milione di addetti, quasi 5 milioni di volontari e 64 miliardi di entrate, che solo nel 14% dei casi arrivano dal settore pubblico e per l’86% sono invece private (censimento ISTAT).

Si evolve storicamente a partire dall’azione sociale inclusiva della visione mutualistica del lavoro, dalla missione spirituale di tanto volontariato cattolico e dalla influenza della grande stagione di riforme sociali democratiche degli anni Settanta-Ottanta – riforma sanitaria e della psichiatria (833 e 180 del ‘78), legislazione sulla disabilità e sui livelli essenziali di assistenza. All’inizio si consolida con leggi di settore sul volontariato, sulla cooperazione, sulle imprese sociali onlus, poi viene sempre più riconosciuto come settore unico, appunto terzo, dopo le Imprese Private e la Pubblica Amministrazione. È dei nostri giorni la Riforma del Terzo Settore (Legge Delega 106/2016) con i progressivi decreti attuativi.
Ebbene, cosa sta succedendo oggi?

Una implosione negativa coinvolge la qualità della vita dei bambini e dei giovani nelle nostre città, la povertà materiale e immateriale è diffusa in quasi metà della popolazione e l’ambiente e la natura sono sottoposte a uno sfruttamento intensivo insostenibile. Soprattutto è drammaticamente ferma la mobilità sociale. Non solo i figli dei poveri ma anche quelli degli operai e degli impiegati non hanno possibilità oggi di accedere ai gradi più alti degli studi (ormai sono fuori portata master e studi all’estero con un conseguente ripiego su lavori non corrispondenti alle aspirazioni o disoccupazione).
Dove abbiamo sbagliato?

Il punto è che il Terzo Settore si uniforma al modello produttivistico ed efficientistico del sistema finanziario diffuso e non mette più in discussione il modello di sviluppo. Nel migliore dei casi si pensa di stare ancora nel Novecento, nel peggiore si corre dietro le finanziarie sempre più aride dei governi e dei comuni. Ci si accontenta di essere tappabuchi aggredendo le gare pubbliche con le lobby di imprese per fare prezzi al ribasso, senza garantire la qualità sociale delle relazioni di cura e il Welfare di Comunità nella congrua dimensione territoriale. Si copia il modello delle macro-aziende transnazionali. Vi è una rinuncia ideale e valoriale gravissima alla costruzione di Comunità Locali Sostenibili e al federalismo internazionale, a vantaggio della remunerazione di impresa più efficiente e compatibile col sistema finanziario, che si sta sempre più strutturando anche nella P. A. – con l’obbligo del pareggio di bilancio, votato in Parlamento anche dai progressisti.

Questi processi toccano la nostra vita di operatori sociali e di cittadini ogni giorno. Ormai il sistema sociale ed economico si sta strutturando su dinamiche palesemente ingiuste e discriminatorie. La prefettura di Napoli – per fare un esempio – emana un bando pubblico con una base economica di partenza oggettivamente insostenibile per le piccole imprese e per un modello inclusivo di accoglienza delle persone migranti in servizi di piccole dimensioni: 34 euro al giorno base al maggior ribasso, con prescrizioni di servizi sociali sanitari e sociosanitari e di personale modello svedese! La ASL NA3 Sud chiude l’unica struttura diurna per tossicodipendenti del territorio dichiarando, come sola motivazione, il servizio economicamente svantaggioso – con pagamenti a 11 euro/ora per psicologi e operatori sociali! – senza alcuna critica giurata sulla qualità, anzi con pareri formali di valutazione eccellente.

Gli unici investimenti nella qualità sociale del Mezzogiorno li sta garantendo Fondazione con il Sud, guarda caso con il surplus delle Fondazioni bancarie. Il governo ha di fatto azzerato l’investimento sul Fondo Nazionale delle Politiche Sociali. Ma l’amministrazione pubblica sa fare anche di peggio nel Mezzogiorno. Paga i servizi rendicontati delle piccole imprese con anni – sempre oltre i sei mesi – di ritardo, costringendole a chiedere prestiti finanziari al sistema bancario. Guardandosi bene, naturalmente, dal calcolare il disavanzo credito-debito che ha con le imprese sociali, anzi richiedendo proprio su quell’insostenibile ritardo dei pagamenti l’assolvimento preventivo delle tasse da lavoro e di impresa. Un comportamento usuraio con una malintesa idea dell’efficienza che tradisce i valori della Costituzione.

Ci consola un albero di ciliegie che abbiamo in giardino.
Quest’anno ci dona, visti i fiori che ha aperto in modo generoso, tante di quelle ciliegie da eccedere il nostro consumo e ci mette in condizione di condividerle con la comunità per farne confetture per tutto l’anno. Ha preso in cambio poca acqua del pozzo che ha restituito generosamente alle falde e ha richiesto solo una spuntatina ai rami inoperosi e secchi, a quelli superbi che guardano il cielo, egoisti e senza frutti, a quelli che nel verso interno dei fusti maestri gli toglievano il respiro e il sole. Il modello potrebbe funzionare anche nella produzione industriale con un nuovo concetto di mobilità sostenibile – con bus elettrici – o nella costruzione di case, edifici pubblici in particolare, con fonti energetiche alternative.
Si chiama economia della reciprocità, ecologia integrale e bene comune… il nostro ciliegio.
Anche noi vogliamo cambiare nome, non vogliamo più essere il terzo schiavo dei processi finanziari speculativi e distruttivi.
Vogliamo essere politica prima, questa primavera.

 

 

 

 

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