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Liberazione e Lavoro, oggi
di Luigi Vassallo 

Il 1° maggio 1945 nelle città del nord Italia si celebrò la festa della Liberazione e la festa del Lavoro con la sfilata delle brigate partigiane: un’immagine eloquente del legame indissolubile tra la lotta per la Liberazione e il Lavoro, sia perché i lavoratori erano stati parte attiva della Resistenza sia perché non c’è vera libertà se non si afferma la libertà del Lavoro. Sfilavano insieme i testimoni della volontà di riscatto della parte migliore della popolazione italiana, che aveva reagito opponendo dignità alla fuga del re e del suo governo, e i testimoni di un’idea d’Italia che era maturata nella lotta di liberazione, un’idea che non riusciva a immaginare la futura Repubblica italiana se non “fondata sul lavoro”. 

Quel giorno si consegnava alla storia la vicenda della Resistenza come movimento corale e plurale, che non doveva essere ridotto solo alla guerra partigiana che pure ne costituì una parte rilevante, ma doveva essere riconosciuto in tutte le sue articolazioni e partecipazioni: aver poco insistito su quest’articolazione ha contribuito a ritardare il riconoscimento nella Resistenza dell’identità di tutte le italiane e di tutti gli italiani. Corale fu la Resistenza per le testimonianze dei militari (i 700.000 che rifiutarono di passare con Mussolini e furono internati in Germania a lavorare come schiavi; i reggimenti che autonomamente combatterono contro i tedeschi, talvolta al fianco di partigiani in Paesi che prima avevano occupato, talvolta finendo a costituire bande partigiane in Italia), delle donne (che aiutarono i partigiani come staffette e combattenti o curarono feriti o nascosero ricercati dai nazi-fascisti), degli operai (che scioperarono, sfidando la dura repressione delle autorità tedesche e fasciste, per il pane e per la pace e seppero difendere le strutture industriali dalla furia tedesca), di preti e suore (che nascosero ebrei e altri ricercati dai nazi-fascisti), delle brigate partigiane, aggregatesi intorno a ideali politici diversi.

Per questa sua coralità e pluralità la Resistenza fu naturalmente il grembo dal quale nacque la nostra Costituzione come fondamento di una società pluralista, fondata sul rispetto reciproco e sulla solidarietà: una Costituzione che nasceva come dichiarazione polemica contro il fascismo e come profetica voce polemica contro ogni discriminazione futura o contro ogni ritardo nella piena attuazione degli ideali costituzionali.

Oggi ci apprestiamo a celebrare la festa della Liberazione e quella del Lavoro con uno spirito che oscilla tra la delusione per le promesse della Costituzione mancate e la rassegnazione frustrata di fronte allo scenario mondiale che sembra mandare in frantumi gli orizzonti costituzionali dei diritti inviolabili dell’uomo e dei doveri inderogabili. Soprattutto appare umiliata – da licenziamenti, trasferimenti di lavori, predominio dell’economia finanziaria, marcia trionfale della robotizzazione e degli algoritmi che, entrati in scena come ausili al lavoro umano, finiscono con l’espropriare i lavoratori delle loro competenze, dei loro diritti, della loro dignità – l’idea del lavoro fondamento della Repubblica.

Se vogliamo ribellarci alla tentazione della delusione e della frustrazione rassegnata, non resta che recuperare lo spirito della Resistenza: mentre alcuni – il re e il governo – fuggivano di fronte all’occupazione tedesca, mentre altri si tenevano in disparte in attesa del carro dei vincitori su cui salire, mentre altri ancora seguivano Mussolini per convinzione o per paura di dover pagare i propri crimini o per ignoranza e assuefazione, una minoranza di italiane e di italiani ebbe la dignità di dire «Mo basta!» e di dirlo quando tutto intorno c’era buio e quasi nessuna speranza di vincere con la propria scelta di campo. Recuperare questo spirito, corale e plurale, significa anche recuperare l’orizzonte ideale della nostra Costituzione, scritta – come ci ricorda Calamandrei – dove gli italiani seppero soffrire e morire per la libertà e la democrazia. Significa proclamare che il lavoro nella nostra Costituzione non è una variabile opzionale, ma è il fondamento irrinunciabile della nostra Repubblica.

Fondamento irrinunciabile perché in esso si incontrano i bisogni materiali degli esseri umani – quelli che garantiscono la sopravvivenza e la riproduzione individuale e sociale della forza lavoro – e i bisogni immateriali – quelli che consentono agli esseri umani di vivere con pienezza la propria vita, partecipando con gli altri, ognuno con le proprie capacità e competenze, alla costruzione di una società che garantisca a tutte e a tutti la possibilità di accedere alla libertà e all’uguaglianza che l’art.3 della nostra Costituzione indica come orizzonte ideale, ereditato dalla testimonianza della Resistenza.

 

 

 

 

 

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