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Vivere con grazia
di Cristina Simonelli 

«Il fine della vita umana su questo pianeta non è semplicemente sopravvivere, ma vivere con grazia, bellezza e felicità. Sta a noi farlo accadere». Questa citazione non è tratta da un'opera poetica o da una dissertazione teologica, ma da uno scritto dell'economista bengalese Yunus (Un mondo a tre zeri, p. 239). Nella sua riflessione così come in quella che accompagna le Comunità Locali Sostenibili, si intrecciano motivi diversi, ma convergenti, che Yunus dipinge con un progetto tendente a un triplice azzeramento: di povertà, disoccupazione e distruzione dell'ambiente. 

La chiave che, come una piccola leva che solleva grandi pesi, sottende il progetto è un cambio di prospettiva: pensare diversamente il rapporto fra vita, lavoro, denaro e ambiente non porta a miseria crescente, ma a uno stile di vita sostenibile e più umano. La forza di queste visioni è data dall'esistenza di molteplici esperimenti riusciti, che impediscono di classificare questo pensiero come una delle tante ideologie utopiche.

In questo orizzonte le pratiche locali hanno la forza del concreto radicamento in un territorio e il respiro largo di una rete mondiale. Si possono fare certo altri nomi, sia pure di impianto non identico: Vandana Shiva, Amartya Sen, Serge Latouche, non c'è dubbio. Accanto a questi nomi e alle reti che rappresentano, si deve mettere anche il mondo che sottende e abita la Laudato si’, l'enciclica in cui papa Francesco si fa portatore e insieme promotore di una “ecologia integrale”, per la connessione di tutti i fenomeni per cui la risposta al «grido della terra, grido dei poveri» (n. 49) è insieme spirituale e politica, scientifica e religiosa, globale e locale. Una rete di donne e uomini che non si rassegnano, che hanno riferimenti spirituali e ideali plurali ma legati dalla profondità, dalla grazia: non sono eroi romantici e drammatici, sono persone che nella quotidianità già sperimentano una vita diversa possibile, per se stessi oltre che per gli altri. Che il grido di dolore e di allarme si alzi forte, infatti, non c'è dubbio e i dati più eclatanti sono davanti agli occhi di tutti, dalla guerra in Siria alle stragi nella striscia di Gaza, dall'aumento della concentrazione delle ricchezze in mano di pochi ai cambiamenti climatici incipienti ma già evidenti anche in regioni temperate come le nostre. Altri fenomeni chiedono di essere meglio osservati, perché tutto cerca di occultarli, ma non sono meno presenti: si pensi alla militarizzazione del territorio italiano e alla parte che ha il nostro Paese nella produzione di armi, alle reti di corruzione o al razzismo che tenderebbe a mostrarsi come “normale”.

Proprio per questo, tuttavia, in un quadro non camuffato ad arte ma autentico, le pratiche diverse rappresentate dalle Comunità Locali Sostenibili, proprio come quelle suggerite in Laudato si’, non sono “solo” buoni esempi, non rappresentano solo spazi di vita possibile (che comunque non è poca cosa!), ma sono l'annuncio, la prova che il negativo non ha l'ultima parola, che queste aperture di cielo blu e di aria respirabile possono aprire orizzonti promettenti proprio per la loro «sostenibilità e replicabilità» (Esposito, Acciuffare la luna). In termini biblici si direbbe che sono profezie, annunci in parole/eventi che compiono quanto promettono.

Per vedere questo nuovo che avanza, che già esiste e cresce, servono tuttavia due attitudini, che desumo ancora da Laudato si’ nel suo complesso: percepire l'urgenza e conoscere la pazienza, agire con prontezza e amare la lentezza. Con pazienza e lentezza mi riferisco alla capacità di sostare, di vedere e rispettare le piccole vite, di non soverchiare le voci meno forti, siano provenienti da differenze etniche, di genere, di età o nascano per situazioni di fragilità e marginalità. Il problema è che troppo spesso rovesciamo il percorso e siamo tolleranti con i prepotenti e impositivi con i deboli, lenti rispetto alla giustizia e veloci nel giudicare chi è fuori dal corso principale degli eventi.

Per questo non trovo migliori parole di quelle che ha dedicato a Taranto Alessandro Leogrande, la cui prematura e repentina scomparsa è ancora una ferita aperta: «Taranto è fatta innanzitutto di viscere, dettagli, frammenti come quello del fiume Tara, che nell'iper-racconto generalmente si perdono. Nell'iper-racconto quasi sempre si smarrisce quella sorta di disperata vitalità che impregna la città. Viceversa solo il racconto dei margini e dei frammenti permette di aprir uno squarcio e di comprendere qualcosa. Comprendere come si intersecano tra loro cose vecchie e cose nuove, ansie di cambiamento e mutazione del territorio (Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, p. 308).

Nel Parco Mediterraneo il racconto si fa pratica, le pratiche si fanno parole e sguardi, capaci di lentezza accogliente e prontezza solidale.

 

 

 

 

 

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