Le donne cancellate: Sonderbau e il silenzio della storia
di Carmine Collina

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Sono leggere come una carezza le parole con cui Neruda apre la poesia “Il tuo sorriso”. Sono parole che vengono dal cuore di un poeta che forse meglio di tutti ha saputo raccontare il sapore vitale del riconoscere se stesso nel cuore di una donna, del guardare con gli occhi della meraviglia il segreto discreto che solo il sorriso di una donna riesce a custodire come il filo esile che nell’esistenza ci tiene in bilico tra la vita e la morte, tra il desiderio e l’assenza.

Questo “sorriso” si è spezzato nel silenzio e nella rimozione collettiva di una particolare forma di violenza che si perpetrò nei campi di concentramento nazista e su cui anche la storiografia ufficiale solo adesso comincia ad indagare[1]: l’istituzione dei Sonderbau, padiglioni speciali dove donne tedesche e polacche, tra il 1942 e il 1945, ridotte in schiavitù, furono forzate ad avere rapporti sessuali con particolari tipi di internati in almeno dieci campi di concentramento.

Centinaia di donne “socialmente deviate”, oppositrici del regime, vennero recluse e costrette, in cambio di illusorie condizioni di vita migliori, a prostituirsi nei bordelli fatti costruire da Himmler. Sotto l’occhio vigilante di una SS, con l’ottusa meticolosità dei nazisti, si facevano osservare protocolli rigidi per questi rapporti descritti da Helga Schneider come “tristi piaceri”[2]. Rapidamente devastate nel corpo dai molti rapporti quotidianamente sostenuti e nella mente dall’alcool per poter sopportare tanta brutalità, solo poche di esse sono sopravvissute e solo dopo lunghi decenni la loro voce ha preso il sopravvento sulla vergogna.

Per queste donne la Storia non ha previsto nessun risarcimento, non una targa commemorativa, non una sentenza, nessun tribunale, niente: solo silenzio, silenzio, silenzio e la vergogna sociale che per anni le ha demolite e private della loro “differenza”. Dopo la guerra le donne di Ravensbrück, il più grande campo di concentramento femminile, vennero etichettate come “prostitute”, secondo la logica della morale dominante, secondo la centaurina ottica del potere “maschile”. Ma la prostituzione implica una forma, benché minima, di scambio, mentre per loro ci fu solo la triste sopportazione di una violenza cinica e calcolatrice. Immediatamente dopo il conflitto queste donne erano ancora disponibili a denunciare, a portare avanti un percorso di riabilitazione delle loro figure, della loro vita spezzata. Fu però l’atteggiamento dei loro compagni di prigionia maschile a scoraggiarle, spiegano Helga Schneider e altri autori, furono considerate da tutti vili opportuniste che avevano voluto barattare con la prostituzione migliori condizioni di prigionia. E così quel “sorriso” morì una seconda volta.

Quando nel 2014[3] leggemmo con le ragazze del laboratorio teatrale della mia scuola le vite di queste donne, convinte a testimoniare ormai settantenni, quando negli occhi delle nostre studentesse lessi la vergogna e il pudore, di fronte a questa desolazione, pensammo all’ultima donna che si portò dentro il segreto di tanta violenza e trovammo sollievo nelle parole finali della poesia di Neruda:

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell'isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l'aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

E allora fu, per noi, il nostro piccolo risarcimento alla loro identità cancellata.


[1] Alakus B.,  Kniefacz K., Vorberg R., I bordelli di Himmler, Mimesis Edizioni, 2012, pp. 220.
[2]  Schneider H., La baracca dei tristi piaceri, Salani, 2009, pp. 205.
[3] https://www.vivitelese.it/2014/05/sonderbau-cuore-violento-delluomo/ 

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