Welfare, no grazie. Vogliamo la felicità
di Salvatore Esposito
Mi hanno detto «fai un editoriale sul welfare, non più di una cartella e mezza».
Bene, è un sollievo. Meno rischi di deliri e parole vuote.
Semplificando molto, la questione si può affrontare su tre livelli di pensiero: l’approccio culturale, il quadro economico e il sistema istituzionale generale e locale. E ci sono diversi modi di raccontarla, attraverso le storie di vita, i dati statistici reali o facendo leva sui modelli teorici. Parto dalla mia storia di vita.
La vignetta di Pat Carra “Io ti salverò…”, uscita qualche tempo fa su questo sito, è esemplare di quello che mi è successo. Sarà stato per aver visto innumerevoli volte lo straordinario film di Hitchcock e la relazione d’amore, di fiducia senza limiti di Ingrid Bergman o, forse di più, per aver spesso parlato con Gesù da bambino o, ancora oggi, per l’anelito di giustizia sociale attraverso la via educativa e riformista che si agita dentro la mia coscienza civile, io ci ho provato con tutto me stesso a salvare dall’esclusione un po’ di persone.

Qualche volta è andata bene. Eppure ho la netta sensazione di aver sbagliato molte cose.
In particolare, pur nel grande rispetto delle efficienti ed efficaci buone pratiche sociali (comunità, centri di ascolto, servizi di emergenza e di strada, percorsi formativi personalizzati), abbiamo affrontato la questione dell’esclusione e dell’emarginazione – oggi Francesco direbbe cultura dello scarto[1] – a partire dagli esiti di un processo economico dato per scontato. Il punto è, invece, promuovere forme di economia civile e sociale che abbiano esse stesse dinamiche e caratteristiche strutturali inclusive e che garantiscano i livelli essenziali di assistenza attraverso Piani Terapeutici Riabilitativi Individualizzati fondati sui desideri di autonomia, sulla formazione-lavoro e sulle buone relazioni.
Un disabile deve fare ginnastica e logopedia a vita nella costosissima ora di riabilitazione e rimanere per sempre in carico alla sua famiglia o deve trovare la sua strada in una fattoria sociale o in un piccolo gruppo di coetanei che accetta la sfida dell’autonomia possibile? Soldi spesi bene per andare incontro ai desideri e favorire le scelte delle persone in difficoltà.  
Purtroppo questo non succede perché i soldi sono pochi e sono spesi male. Guardando i dati[2], quelli sulla povertà assoluta sono triplicati (4,5 milioni di cittadini in povertà assoluta), raddoppiati quelli sulla povertà relativa. I minori in povertà assoluta sono più di un milione mentre non abbiamo una scuola materna obbligatoria e i servizi socio-educativi per la prima infanzia intercettano meno del 20% di bambini, al Sud drammaticamente meno del 5%.
Il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali è al minimo storico dalla entrata in vigore della legge quadro 328/’00, a quasi 300 milioni di euro con una indegna quota capitaria nazionale di 6 euro per abitante.

Ricordo la grande opposizione che si faceva al governo Prodi che stanziava un miliardo e 800 milioni di euro (con una quota capitaria superiore a 30 euro per abitante) perché si chiedeva, ai sensi dell’art.117 della Costituzione[3],  un finanziamento strutturale per quota capitaria uniforme su tutto il territorio nazionale, e non per legge finanziaria annuale. Sogni riformistici infranti.
In Campania oggi, a livello regionale, la risposta di investimenti economici da parte dell’ente con potestà legislativa primaria (Regione Campania) è pari a 15 milioni di euro/3 euro di quota capitaria (Fondo Sociale Regionale), integrato da un Fondo Nazionale trasferito pari a 25 milioni/5 euro di quota capitaria. Arrivano in soccorso il PAC (Piano Azione Coesione destinato a Campania, Puglia e Sicilia attraverso il Ministero dell’Interno!) Infanzia e Anziani per 25 e 18 milioni di euro. Poi finanziamenti frammentati ed elemosine europee. 
I fondi dei Comuni – che dovrebbero essere i beneficiari diretti e finali – alla fine cofinanziano molto più dell’Ente con funzione legislativa primaria e arrivano complessivamente a 140 milioni di euro/28 euro di quota capitaria in media[4]!
Ciò avviene in un quadro generale istituzionale a macchia di leopardo occupato per lo più da Ambiti Territoriali ostaggio dei conflitti locali e delle logiche di potere clientelari. I dirigenti dei Piani Sociali di Zona sono autentici eroi locali che difendono ogni giorno la propria autonomia programmatica e la propria dignità professionale da un potere pubblico corrotto e da un terzo settore non raramente colluso con i poteri forti, senza ruolo critico e propositivo di risposte innovative rispetto ai nuovi bisogni.  

Dunque, dove abbiamo sbagliato?
Senza accorgercene, il patto costituzionale fra capitale e lavoro è stato stracciato dalla globalizzazione finanziaria. Viviamo come se fossimo ancora nel fordismo dello sviluppo industriale centrato sul territorio, con la Costituzione a fare da cornice alla dignità del lavoro e alla progressiva fruizione dei diritti sociali – scuola, sanità, lavoro, casa. E invece non c’è più nemmeno l’ombra della mobilità sociale che consentiva l’accesso alla scuola di ogni ordine e grado anche ai figli del ceto medio e operaio.

In Italia in particolare la povertà, per superiori ragioni di bilancio, non viene mitigata da nessuna misura universalistica di reddito di cittadinanza, mentre si finanziano senza limiti i fallimenti delle banche private. Dunque nel silenzio – e nella complicità generale delle forze sociali che pure formalmente vi si opponevano – si porta in Costituzione[5] il pareggio di bilancio, provando a farlo percepire come regola generale superiore alla garanzia dei diritti fondamentali delle persone. Un’autentica operazione di finanza bugiarda e speculativa fatta passare come razionalizzazione della spesa[6].
Welfare? Dov’è questa possibilità concreta e strutturale di poter essere assitito degnamente se nasci down, o se nasci povero? E, soprattutto, di poter vivere felicemente non pesando in modo drammatico sulla tua famiglia per tutto, senza poter realizzare, qui e ora, quando materialmente e spiritualmente vivi, un solo sogno della tua vita.
«Io non posso salvarti da questo destino di esclusione se non costruiamo un’altra economia». Oggi io ho il dovere di presentarmi così alle persone che incontro. E di sapere, umilmente e coscientemente, che non dipende più da me. Dipende da una conversione spirituale di comunità saper trasformare l’economia[7] e superare questo iniquo modello di sviluppo.
Dunque, il nostro impegno di cittadinanza, di terzo settore e/o di volontariato può essere un comodo tappabuchi della società così com’è o diventare un atto d’amore e un gesto rivoluzionario che chiede la trasformazione, una conversione trasformatrice[8] per soddisfare i bisogni soggettivi e collettivi, garantire i diritti e liberare dalle loro catene i desideri.
La scelta di tessere un altro modello di sviluppo che ri-disegna il mondo possibile, oltre che amarlo, diventa oggi una necessità, un contesto comunitario in cui ci riprendiamo la sovranità delle relazioni, delle lotte presenti e passate, ridiventando donne e uomini nella Economia della Reciprocità[9].
Qui, appunto, l’economia si fa cura e la cura della relazione assume i legami di reciprocità in un nuovo orizzonte di vita sostenibile.
Il terzo settore e la stessa cittadinanza, così, da diffusa risposta sussidiaria o spirituale e civile di impegno per gli altri/le altre – storicamente degnissima, ma ancora subordinata a un mondo di ingiustizie e di esclusioni – diventa relazione che libera, politica prima.
In questa prospettiva si sperimenta la nostra ricerca-azione. Una buona pratica responsabile che parte dal territorio e dalla vita materiale.
Una esperienza e una ricerca di Comunità Locale Sostenibile che si fonda sulle relazioni territoriali portanti[10], parte dal basso e dalla partecipazione desiderata e responsabile, affermando o provando ad affermare un’altra idea della solidarietà e della politica. Vivendo, intanto, possibilmente, felici.


[1] Capitoletto 53 No a un’economia dell’esclusione di Evangelii Gaudium: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della iniquità”. Questa economia uccide. (…) Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto “che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente dello sfruttamento e dell’oppressione (sfruttamento del capitale umano e insostenibilità di ritmi, orari e condizioni di lavoro - n.d.r. -) ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società (…). Gli esclusi non sono (più solo - n.d.r. -) “sfruttati”ma rifiuti, “avanzi”».

[2] Cfr. Rapporto SVIMEZ 2015 e 2016 sull’Economia del Mezzogiorno.

[3] Costituzione italiana, Art.117 c.2: «Si riserva alla potestà legislativa esclusiva dello stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».

[4] Cfr. Le dimensioni quantitative dei Piani di Zona nella I annualità del piano Sociale regionale 2016-2018 (fonte Regione Campania).

[5] Cfr. Legge Costituzionale n. 1/2012.

[6] Contro questa logica di subordinazione dei diritti alla finanza è partita la Proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare promossa dalla Rete dei numeri pari di modifica dell’art.81 sul pareggio di bilancio per l’affermazione di una legge generale sulla contabilità e la finanza pubblica che definisca i vincoli di bilancio nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone.

[7] Cfr. R. Mancini, Trasformare l’economia – Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, F. Angeli Ed., Milano, 2015.

[8] Cfr. A. Buttarelli, Sovrane – L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore, Milano, 2013.

[9] Cfr. S. Esposito, Acciuffare la luna. Comunità locali sostenibili. Donne e uomini nell’economia della reciprocità, Iod ed., Casalnuovo di Napoli, 2015.

[10] R. Mancini, cit. p. 298.

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