Diritti sospesi
di Alessandro De Pascale

L’Italia è sempre stata il Paese degli annunci, dei diritti troppo spesso negati, del mero calcolo politico a fini elettorali, di una spesa pubblica fuori controllo perché clientelare o male indirizzata. In poche parole, poco pragmatica e ancor meno lungimirante. Lo si vede ad esempio con i continui tagli e carenze strutturali di risorse nel welfare e nel terzo settore, per non parlare della palese immobilità nell’ambito delle dipendenze patologiche o nel sistema penale. Soprattutto se si tratta di interventi finalizzati al reinserimento sociale, al tutoraggio, all’informazione non macchiata dall’ideologia, alla prevenzione e alla riduzione del danno (Rdd).

Nonostante quest’ultima pragmatica e conveniente strategia sia da tempo quarto pilastro della politica sulle droghe dell’Unione europea, come del Piano d’azione europeo 2017-2020, è stata inserita dal ministero della Salute solo nel settembre 2016 nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che le Regioni devono assicurare come erogatrici del Servizio sanitario nazionale. Ma come troppo spesso accade quando con la dicitura «senza ulteriori oneri per l’amministrazione» si cerca di innalzare l’asticella o aumentare il ventaglio dell’offerta, anche in questo caso, non essendo state stanziate apposite risorse, la Rdd è al momento soltanto un nuovo titolo dei Lea. Del resto non è nemmeno inclusa nel Piano d’Azione nazionale, fermo al 2010, quando nell’Italia del governo Berlusconi e del suo zar antidroga Carlo Giovanardi, nemmeno si poteva utilizzare questa definizione. Proprio a causa delle loro crociate proibizioniste, il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane per la violazione delle leggi sugli stupefacenti è esploso: dei 47 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa, nel 2015 l’Italia è quello con il più alto numero di detenuti condannati in via definitiva per reati di droga. Con l’abrogazione per incostituzionalità della Fini-Giovanardi, quelli dietro le sbarre per la violazione delle leggi sugli stupefacenti sono scesi dal 41,56% del 2009 al 32,52% attuale, ma tuttora pari a un detenuto su tre. Stesso discorso per le misure alternative o di comunità, introdotte in Italia fin dal lontano 1975 e ribadite nel Testo unico sugli stupefacenti del 1990, che voleva evitare al tossicodipendente condannato l’entrata nei circuiti penitenziari. Da allora, il ministero della Giustizia ha siglato numerosi protocolli con Regioni e Tribunali di sorveglianza: nel 2016 quelli per trasformare le pene dei soggetti più fragili in programmi di inclusione sociale e reinserimento lavorativo. Peccato che tuttora, nei penitenziari italiani, circa ¼ dei detenuti abbia problemi correlati alla droga e poco meno sono quelli con una vera e propria diagnosi di dipendenza. Il nobile obiettivo è stato, insomma, completamente disatteso dai numeri. Lo si è visto anche in Campania, nel napoletano, in uno dei tanti servizi della associazione Il Pioppo, presente da più di 35 anni sul territorio di Somma Vesuviana. Sto parlando del centro diurno per le dipendenze patologiche Time Out, oggi a rischio di chiusura e già senza fondi dal novembre 2016, che ho visitato per la prima volta nel 2010. Quel giorno veniva dedicato a Rocco Chinnici (giudice ucciso nel 1983 dalla mafia a Palermo) il piazzale del Centro polifunzionale integrato di cui fanno parte, oltre al Time Out (nato nel gennaio del 2000), la storica comunità Il Pioppo, per consumatori problematici in regime di accoglienza residenziale e La Tartaruga, che accoglie minori con misure di pena alternativa per reati penali e/o amministrativi e minori stranieri non accompagnati. Le aree di intervento di Time Out vanno dal consumo problematico di sostanze (eroina, cocaina o alcol) alla dipendenza associata al disagio mentale e alla dipendenza da gioco. Questo tipo di servizio diurno va ad integrare gli interventi di presa in carico ambulatoriale dei servizi pubblici – Ser.T. – e residenziale delle comunità del privato sociale no profit. I risultati raggiunti in questi 18 anni di attività parlano da soli: delle quasi 800 persone che sono passate per il centro (il 13% proprio su segnalazione di tribunali e prefetture), il numero di coloro che sono poi stati inviati in comunità è inferiore al numero di chi ha terminato il trattamento o lo ha interrotto. La percentuale di questi ultimi – è vero – resta alta, ma va inquadrata proprio nella filosofia della riduzione del danno: si può far parte del programma anche solo per “prendersi una tregua” da un consumo di sostanze diventato problematico. Il tutto – è stato calcolato dalla struttura – facendo risparmiare al settore pubblico quattrini rispetto al ricorso alle comunità, ancor di più nel caso di invii fuori regione. Infine, ultimo fondamentale dato: Time Out è l’unica struttura intermedia per le dipendenze patologiche del vasto territorio – dalla Penisola sorrentina al nolano, da Portici a Pompei – della Asl Na3 Sud, che ha un bacino d’utenza di oltre 1 milione di abitanti, con quasi 18mila stranieri residenti e circa 331mila famiglie. Già solo questo dato dovrebbe far capire al settore pubblico che Time Out è una risorsa, non un costo. Soprattutto se davvero, come detto, si vuole puntare sulla Rdd e sulle misure alternative, facendo anche prevenzione. A questo punto, resta una sola domanda: perché chiudere Time Out?

 

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