Bombardamento umanitario!
di Angela Vitaliano, corrispondente da New York

«L’azione militare è stata l’aspetto più significativo del sostegno umanitario che potevamo fornire» – ha risposto così Sean Spicer, il portavoce della Casa Bianca, durante la conferenza stampa di lunedì, a chi gli chiedeva se il lancio di missili contro il regime siriano avrebbe avuto come conseguenza anche un atteggiamento di minor chiusura nei confronti dei profughi provenienti dal paese dilaniato da una guerra interminabile. Sin dal primo annuncio, fatto dal presidente americano Donald J. Trump, circa l’intenzione di dare il via a un’azione “punitiva” con il lancio di 59 missili destinati a colpire una base aerea siriana, le critiche per l’atteggiamento ipocrita del commander in chief hanno percorso rapidamente l’intero paese.

È difficile, infatti, comprendere come sia possibile che lo stesso uomo che dice di aver ordinato un bombardamento perché colpito dalle immagini dei bambini morenti per i gas (se mai può essere possibile un bombardamento per scopi umanitari!) – senza nemmeno consultare il Congresso, come previsto dalla Costituzione – possa poi portare avanti una politica di totale chiusura verso i rifugiati. Vale la pena ricordare, infatti, che entrambi gli ordini esecutivi, al momento bloccati dalla decisione dei giudici, sono espressamente pensati per colpire i musulmani e i rifugiati, bloccando l’accoglienza che era stata, invece, predisposta da Barack Obama. Se la situazione siriana, dopo l’intervento americano di giovedì sera, non è minimamente cambiata, tanto che i bombardamenti non si sono mai fermati, incluso il lancio di bombe incendiarie effettuato da aerei da guerra russi, la situazione politica e diplomatica si è sicuramente ingarbugliata e le possibili risoluzioni sembrano sempre più lontane. Il presidente Trump, intanto, dopo il decimo weekend di fila trascorso a Mar-o-Lago, sua residenza personale, a giocare come di consueto a golf, non sembra aver intenzione di rivelare i suoi passi successivi, lasciando a Spicer l’onere di esprimere concetti che fanno rabbrividire. Il portavoce, infatti, rispondendo alla domanda di un giornalista su cosa potrebbe far scattare un nuovo intervento americano, se solo attacchi con i gas o anche altri tipi di attacchi, ha detto: «la risposta è che, se tu fai morire un bambino con il gas, se getti una “barrel bomb” fra persone innocenti, penso vedrai una risposta da parte del presidente». Ora, considerato che da anni vengono sganciate circa 36 barrel bomb al giorno, c’è da “sperare” che anche in questo caso, come altre volte, il portavoce del presidente abbia parlato di una cosa che non conosceva approfonditamente. Il Segretario di Stato Rex Tillerson, dal canto suo, si prepara a sbarcare in Russia per incontrare alcuni rappresentanti del governo di Putin e mostra un ottimismo che, date le circostanze, è assolutamente infondato. Addirittura Tillerson sostiene che gli sviluppi più recenti mostrano chiaramente che la situazione in Siria tornerà presto alla normalità, consentendo ai circa 11 milioni di rifugiati di tornare tranquillamente a “casa”. Intanto, le azioni della Raytheon – l’industria che produce i missili Tomahawk – venerdì mattina, subito dopo l’attacco ordinato da Trump, sono salite alle stelle. Probabilmente come il morale del presidente americano, azionista della compagnia, che, rigenerato, si è potuto finalmente concentrare sul golf.

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