La colpa di ammalarsi
di Angela Vitaliano, corrispondente da New York

Maria Zuccarello ha deciso di cambiare, da qualche giorno, la sua immagine profilo su Facebook: nella foto è ritratta sorridente con suo marito Eugene e il loro bellissimo gatto, ma spicca nella parte bassa un banner con la scritta “I have a pre-existing condition”. Occupandomi di cose americane per lavoro, da lungo tempo, e vivendo qui da quasi dieci anni ormai, ho dovuto imparare, con lo stupore che assale chiunque abbia accesso all’assistenza sanitaria gratuita (cioè tutti tranne gli Statunitensi), che avere una patologia è considerato un peccato originale da pagare moralmente e finanziariamente.

Fino all’approvazione dell’ACA – Affordable Care Act – strenuamente voluta da Barack Obama, infatti, le assicurazioni private, unica fonte di accesso a forme di protezione sanitaria, potevano alzare i prezzi dei premi annuali o addirittura rifiutare pazienti, sulla base di patologie pregresse o in corso. Un bambino nato con l’asma, per esempio, patologia comune e non grave, diventava automaticamente una possibile causa di bancarotta per i suoi genitori per le spese extra che avrebbero dovuto sostenere. Fra le “pre-existing conditions” può essere incluso tutto, persino la dismenorrea o la gravidanza (servono più cure) o la violenza sessuale (potrebbe determinare l’esigenza di cure per malattie sessualmente trasmissibili), per non parlare della cura per il cancro. Barack Obama ha più volte raccontato il tormento di sua madre, morta di cancro alle ovaie, che non sapeva se avrebbe potuto pagare i conti per le cure di cui aveva bisogno. L’ACA, dunque, davvero prima di tutto, ha stabilito che aumentare il premio assicurativo sulla base di condizioni di salute preesistenti è illegale e ha reso gratuiti esami preventivi come la mammografia, il pap-test, la colonscopia e l’esame per il cancro alla prostata. Maria – che vive in California, come dice nella sua foto profilo – sarebbe fra coloro che, con la Trumpcare, verrebbero “puniti” per essere nati con una malattia rara come la sindrome di Goldenhar, nota anche come displasia oculo-auricolo-vertebrale. Lei, figlia di genitori italiani, americana di nascita, è decisamente preoccupata dalla prospettiva di fare un balzo indietro nel tempo. «Quando ero piccola – racconta – avevo bisogno di continui interventi chirurgici e cure speciali, che mi garantissero la sopravvivenza e una vita quanto più “normale” possibile. Mio padre, Giovanni, si sentì rispondere mille volte no, da tante assicurazioni che si rifiutarono di includere anche me nel gruppo familiare che comprendeva mia madre e i miei fratelli. Fortunatamente riuscì a trovare un’assicurazione che accettò di coprire solo me, con un premio di 400$ al mese». E parliamo di una ventina di anni fa, se non di più.  Fortunatamente il signor Giovanni era in grado di coprire i costi assicurativi e Maria ha avuto accesso “facilmente” alle cure di cui aveva bisogno, riuscendo così a migliorare e a concentrarsi sullo studio e sulle altre attività della sua vita. «Oggi, sono un’insegnante – continua Maria ­– e l’assicurazione sanitaria è coperta dal mio lavoro e copre anche mio marito che lavora come freelance. Entrambi però, prima dell’approvazione dell’ACA, abbiamo dovuto affrontare enormi difficoltà proprio per il fatto di avere “condizioni preesistenti”. E vorrei far notare che questo, oltre ad essere devastante sul piano finanziario, è deleterio sul piano psicologico. Come si può essere produttivi se si vive con l’ansia di ammalarsi e di non poter pagare per le proprie cure? Facendo questo, il Paese va contro quei principi che ne hanno determinato la grandezza che sono, appunto, la produttività e l’accoglienza. Come potrei sentirmi “accolta” se sono rifiutata nel momento del bisogno?». Maria racconta che suo padre, repubblicano passato ai democratici durante la presidenza Bush, aveva dedicato grandissimi sforzi, come presidente del Comites di Los Angeles, per provare a ottenere dal governo di Roma l’estensione della copertura sanitaria per gli Italiani residenti in America. «Sono sicura – conclude Maria – che oggi mio padre continuerebbe la battaglia per la sanità ancora con maggiore impegno. Se lui non fosse stato in grado di coprire le mie spese sanitarie, non so cosa sarebbe successo alla mia vita e questo è un pensiero che nessuna famiglia, già provata per la malattia, dovrebbe vivere».

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