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#Metoo. La voce della rivoluzione che non si ferma
di Angela Vitaliano

Alla fine di gennaio, un’indagine interna condotta da una commissione ad hoc del governo dell’Arizona ha stabilito l’esistenza di “evidenze credibili” a conferma del fatto che il repubblicano Don Shooter avesse commesso molestie sessuali e creato un ambiente lavorativo ostile. La conclusione dell’indagine, che ha portato all’immediata espulsione del politico dal governo dello stato, è arrivata dopo che nove donne si sono unite alla deputata Michelle Ugenti-Rita che, per prima, aveva accusato Shooter di molestie.

Per procedere all’espulsione del deputato era richiesto un voto di maggioranza dei due terzi degli eletti, ma solo tre deputati hanno votato contro, dando il via libera a una decisione bipartisan di grande significato. L’ultima espulsione, infatti, di un deputato dal governo dell’Arizona risaliva a 26 anni prima (per corruzione) e la prima, per comportamento squilibrato, era datata addirittura 1941. Se le storie denunciate dalle vittime confermano, dunque, l’esistenza di una cultura sessista all’interno di molti settori della politica, l’epilogo della vicenda è sicuramente un nuovo segnale del cambiamento che il movimento #metoo sta spingendo ovunque nel paese. Se tutto infatti è partito da Hollywood, non è certo ai tappeti rossi di La La Land che si è fermato, ed è chiaro a tutti che l’appoggio e l’impegno di tantissimi volti del cinema americano è stato fondamentale per dare la spinta necessaria a un movimento che si è poi rapidamente esteso a macchia d’olio a tutti i settori, a tutti gli ambiti e a ogni livello sociale. Ricordiamo ad esempio che l’Alabama, stato dove da decenni i democratici perdevano i confronti elettorali con distacchi a doppia cifra, ha fatto già segnare un cambio politico, proprio grazie al voto femminile (e di colore) che ha determinato la sconfitta di Roy Moore, accusato di abusi e molestie sessuali nei confronti di ragazze minorenni. Ed è ancora grazie a #metoo che il paese ha seguito per tre giorni, con empatia e dolore, le testimonianze delle oltre 150 atlete che, negli anni, hanno subito molestie e violenze dal medico sportivo Larry Nassar, senza che nessuno prendesse sul serio i loro racconti. E la domanda che, qui negli USA, ormai non viene quasi più pronunciata da nessuno: «perché non hanno parlato prima?» ha trovato proprio in ogni nuova storia la sua risposta: «perché prima non sarebbero state credute». Prima non sarebbero state ascoltate. Dalla pubblicazione dell’articolo/inchiesta del New York Times, firmato da Jodi Kantor e Megan Twohey, lo scorso ottobre, che rivelava l’orrore che girava intorno alla figura del produttore Harvey Weinstein, le cose in America hanno cominciato a subire una trasformazione e non sembrano, per fortuna, destinate a fermarsi, nonostante diversi tentativi di “silenziare” il movimento. Basta scorrere i palinsesti delle TV per non trovare più nomi storici e potenti come Charlie Rose, Matt Lauer, CK Louis, Kevin Spacey, spesso sostituiti da donne. Direttori d’orchestra, coreografi, amministratori di aziende, esponenti dell’editoria: tantissimi sono i nomi di coloro che – di fronte a denunce inconfutabili – hanno dovuto, finalmente, fare un passo indietro. Tanto che anche la più anziana (e rispettata) fra i giudici della Corte Suprema, Ruth Bader Ginsburg, in un recente incontro pubblico ha ribadito che il movimento #metoo è destinato a «restare potente» grazie soprattutto al coinvolgimento dei “millenials” e al cambio di cultura che essi contribuiranno a determinare. E se, come ricorda l’attrice Laura Dern, «questa non è una gara dei cento metri ma una maratona», c’è solo da aspettarsi che le voci continuino a farsi sentire e le vittime smettano di essere vittime due volte.

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