Marciamo per le nostre vite
di Angela Vitaliano

Il 24 marzo, nelle maggiori città del paese, gli americani marceranno per chiedere in maniera forte e chiara l’approvazione di drastiche misure che possano regolamentare il possesso delle armi, in particolare di quelle automatiche che, in ogni sparatoria, sono protagoniste dell’uccisione di decine di persone.

“March for our lives” – la “Marcia per le nostre vite” – nasce dal movimento spontaneo #NeverAgain, al quale hanno dato il via gli studenti della scuola di Parkland in Florida, dove lo scorso 14 febbraio diciassette persone – fra studenti e insegnanti – sono state brutalmente uccise e diciassette gravemente ferite dalla mano armata, con un fucile a ripetizione, di Nikolas Cruz. Cruz aveva acquistato, come è possibile fare in Florida, la sua arma (e le altre che possedeva) in maniera regolare e con molta facilità. Una storia tristemente simile a tantissime altre che negli anni si sono ripetute. Solo ieri l’ultimo episodio: la sparatoria alla Great Mills High School in Maryland con due studenti, una ragazza di sedici anni e un ragazzo di quattordici anni, gravemente feriti e l’assalitore, anche lui uno studente, morto. Con quella di ieri sono 17 le sparatorie con morti o feriti nelle scuole americane dall'inizio dell'anno – come riferisce la CNN – senza che mai i vari governi si siano convinti a un cambio di direzione o all’approvazione di normative vagamente più restrittive.

Ci aveva provato, in verità, Barack Obama, dopo una delle tragedie più dolorose, quella della scuola elementare di Sandy Hook, in cui avevano perso la vita, il 14 dicembre del 2012, venti bambini fra i sei e i sette anni e sei adulti, fra maestri e impiegati. Una strage infame che aveva lasciato il Congresso, l’unico organo che può deliberare in tal senso, indifferente come sempre. Obama, dunque, aveva firmato un provvedimento che rendeva obbligatori controlli più stretti, esclusivamente sulla salute mentale dei potenziali acquirenti. Una misura minima, insufficiente e assolutamente inadeguata, ma l’unica che, da solo, il presidente poteva prendere contro un Congresso a maggioranza repubblicana. Bene, fra i primi provvedimenti presi dal nuovo Congresso (sempre a maggioranza Repubblicana), su proposta del presidente Donald J. Trump, c’è stata proprio l’abolizione di quella restrizione, chiaramente per rendere la circolazione di armi del tutto incontrollata.

Per spiegare questa situazione, che dall’esterno sembra giustamente assurda e autolesionista, bisogna valutare due punti, uno storico e uno politico. I difensori delle armi si appellano infatti, sistematicamente, al rispetto del Secondo Emendamento della Costituzione, che riconosce il diritto di tutti di possedere un’arma. Un emendamento che però risale a un’epoca in cui la necessità, magari, di difendersi da animali feroci o da altre situazioni era reale e in cui non esistevano le armi automatiche, concepite per i militari in guerra e che sono in grado di fare una carneficina in pochissimi secondi.

La ragione politica è, in effetti, piuttosto ciò che lega i rappresentanti del Congresso alla NRA – la National Rifle Association – la lobby di armi più potente al mondo. Bene, in moltissimi, troppi casi, i deputati e i senatori, inclusa una parte di democratici, ricevono lauti finanziamenti dalla NRA, proprio con l’obiettivo di bloccare ogni forma di limitazione del Secondo Emendamento.

Eppure, finalmente, dopo tanta immobilità l’inatteso è diventato realtà, grazie alla determinazione delle ragazze e dei ragazzi sopravvissuti a Parkland, che hanno deciso di non tacere e soprattutto hanno annunciato che il loro obiettivo è quello di combattere affinché stragi come quella di Sandy Hook non accadano mai più, perché le loro vite contano più della lobby delle armi.

E gli americani hanno risposto. Il 24 una nuova marcia per la difesa dei diritti umani segnerà – iniziando il cambiamento – la storia di questo paese. In meglio.

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