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Venti di guerra
di Alessandro De Pascale

Poco più di un mese fa, il 16 marzo 2018, la Siria è entrata nel suo ottavo anno di guerra. Dal suo inizio, ho preso l’aereo più volte per cercare di raccontare quel conflitto e il dramma vissuto da quelle popolazioni, oppresse dalla dittatura prima, dallo Stato Islamico poi e infine vittime degli interessi incrociati delle potenze mondiali (Usa, Russia, Israele) e regionali (l’Iran sciita e gli attori sunniti Arabia Saudita, Turchia ed Egitto).

Per le Nazioni Unite, questa guerra ha portato «la Siria, un Paese a reddito medio all’inizio della crisi, a diventare una nazione in cui 4 residenti su 5 sono in povertà». Quasi metà dei 23 milioni di abitanti stimati all’inizio della rivolta hanno inoltre dovuto abbandonare la propria casa. Il tutto, a causa di un conflitto che avrebbe già provocato mezzo milione di vittime. Credo fermamente che per la diplomazia occidentale questa guerra sia stata l’ennesimo fallimento. Anche sul piano militare rivediamo un brutto film, ciclicamente in replica e purtroppo già visto in Medio Oriente (a partire da Iraq e Kurdistan) e più in generale in tutta quella fascia che va dall’Africa (Somalia, Libano o Libia) fino ai remoti Vietnam e Afghanistan. In questi territori, da oltre un secolo, si decidono le sorti di intere nazioni e persino di qualche impero. Le speranze e i sogni di quelle popolazioni sono state ancora una volta sacrificate sull’altare degli interessi economici, strategici o geopolitici della potenza di turno.

Forse oggi c’è poco da meravigliarsi se persino il precedente presidente Usa democratico, Barack Obama, nei suoi 8 anni di governo ha in larga parte deluso le grandi speranze riposte in lui da mezzo mondo. Era approdato alla Casa Bianca parlando di diritti umani e pacifismo, tuonando contro dittatori e terroristi, promettendo con termini come “break” o “reset”, una “nuova era” nelle relazioni esterne statunitensi con la Russia, l’Europa e il mondo musulmano. All’idealista Obama va sicuramente riconosciuto un certo realismo ma, come presidente, anche lui si è alla fine dimostrato ugualmente cinico e determinato a mantenere la superiorità americana nel mondo e il ruolo di unica superpotenza, anche a fronte di importanti vincoli sia a livello internazionale che interno.

L’elenco delle sue promesse mancate è purtroppo lungo. Si impegnava per la fine della guerra in Iraq, senza avere una vera exit strategy. Così, al ritiro delle proprie truppe nel 2011, è seguita la nascita dell’Isis che in pochi mesi ha conquistato un terzo di quel Paese e quasi mezza Siria, peraltro proprio con le dotazioni militari che Washington aveva ceduto all’esercito di Baghdad. Probabilmente, un rapido e deciso intervento in quel giugno 2014, contro le lunghe colonne dell’Isis che avanzavano indisturbate nel deserto, avrebbe potuto impedire la nascita del sedicente Stato Islamico, facendo risparmiare alla popolazione i successivi bombardamenti aerei a guida statunitense nei centri abitati, ma soprattutto tante sofferenze e vittime civili.

Obama prometteva anche la riduzione del contingente in Afghanistan, per poi al contrario cedere al pressing del Pentagono per aumentarle (il cosiddetto “surge”), non appena l’insorgenza ha iniziato a riguadagnare terreno. Tanto che ora gli Usa di Donald Trump trattano con i talebani la “resa”, cercando di farla addirittura passare come una «vittoria». Peccato si tratti invece di una palese sconfitta: nel 2001 gli angloamericani si lanciarono all’invasione dell’Afghanistan proprio per rovesciare quel regime teocratico, sessista, integralista e oscurantista. Parliamo degli stessi talebani che avevano dato asilo allo sceicco saudita Osama bin Laden, leader di al-Qaeda e mente dell’attacco alle Torri Gemelle di New York, che Obama ha preferito uccidere, piuttosto che catturare e processare, come ci si sarebbe aspettato da quella che si definisce la più grande democrazia al mondo.

Come altri prima di lui, anche il suo tentativo di risolvere il conflitto israelo-palestinese è andato a vuoto. Non ha ratificato il trattato istitutivo della Corte penale internazionale, né la Convenzione sul diritto del mare, nessuna novità anche sul bando dei test nucleari, per non parlare del fatto che Obama non è riuscito nemmeno a far rispettare il suo stesso ordine (firmato nel 2009) per la chiusura del carcere della base di Guantanamo, vera e propria tomba del diritto internazionale. Fallimentare anche l’appoggio, più o meno diretto, alle cosiddette “primavere arabe”. In quella dell’Egitto, il sostegno al processo di democratizzazione portò nel 2012 all’indigesta e schiacciante vittoria del leader dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, deposto un anno dopo dal generale Abd al-Fattah Al Sisi, in seguito a un golpe nel quale anche Washington ha grandi responsabilità. E ancora la Libia, dove il mandato dell’Onu per difendere i civili dalla repressione è stato immediatamente trasformato in un “via libera” per rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi, gettando il Paese nell’attuale caos.

Infine il conflitto in Siria, sul quale Obama aveva fissato una “invalicabile” linea rossa sull’uso di armi chimiche da parte del dittatore Assad contro il suo stesso popolo, rivelatasi poi inutile. Il regime di Damasco ha sempre respinto al mittente l’accusa di averle impiegate nella guerra contro i ribelli, ma viene sospettato dall’Onu di numerosi attacchi con gas cloro e almeno due nel 2013 più gravi e con l’impiego di gas sarin, con migliaia di vittime civili. L’ex inquilino della Casa Bianca voleva far cadere il regime di Assad assieme alla Turchia e alle monarchie del Golfo, contando su un’opposizione rapidamente frazionatasi in dozzine di gruppi di matrice più o meno jihadista. Un’operazione disastrosa, che ha spianato la strada al ritorno della Russia di Vladimir Putin, intervenuta in Siria due anni dopo per salvare Assad da una caduta che allora sembrava inevitabile, ribaltando le sorti del conflitto.

Obama, nel suo secondo mandato, oltre a essere stato “ostaggio” di un Congresso a maggioranza repubblicana, probabilmente era stato “incastrato” già con il premio Nobel per la pace, conferitogli appena 10 mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca. Quindi sulla fiducia, o meglio sulle grandi aspettative che il mondo intero riponeva nel primo presidente nero della storia degli Stati Uniti d’America.

(seconda parte...)

Gli statunitensi lo avevano eletto per mettere fine alla “guerra al terrore” e allo “scontro di civiltà” della precedente era Bush. Una campagna militare iniziata con l’invasione dell’Afghanistan, in seguito ai sopra citati attacchi negli Usa con aerei di linea, compiuti da al-Qaeda l’11 settembre del 2001. Due anni dopo, per la precisione il 5 febbraio 2003, il segretario di Stato Usa dell’amministrazione repubblicana Bush, Colin Powell, con un gesto teatrale, agitava al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una fiala che conteneva una polvere bianca, mostrando così a suo dire ai rappresentanti degli altri Paesi, la prova che il rais iracheno Saddam Hussein possedeva armi batteriologiche. Nei mesi successivi si scoprì che gran parte delle informazioni e delle ricostruzioni presentate alla comunità internazionale dal governo statunitense e da quello britannico erano completamente false. Il rais iracheno non aveva enormi arsenali di armi di distruzione di massa, men che mai laboratori mobili per produrle. Ma grazie a quella provetta farlocca, è stata scatenata la seconda Guerra del Golfo che ha rovesciato Saddam. Poco prima, nel gennaio 2002, lo stesso presidente Usa, George W. Bush, si era rivolto alla nazione definendo Iran, Iraq e Corea del Nord parti di un «asse del male», esortando le «nazioni civilizzate» ad agire. Per la cronaca, poco dopo l’amministrazione Bush aggiungerà a quell’elenco anche Libia, Siria, Cuba, Bielorussia, Myanmar, Sudan e Zimbabwe. Mentre, per quel che riguarda le guerre in Afghanistan e Iraq, era pura propaganda anche il «missione compiuta» annunciato da Bush subito dopo quelle invasioni. Quei conflitti, come sappiamo, non si sono infatti conclusi nemmeno oggi, a oltre un decennio di distanza.

Nel 2008 Obama vinse le elezioni americane proprio sull’onda lunga di quell’insuccesso e di quel pantano mediorientale creati da Bush, dopo i quali in tutto il mondo riemersero con vigore pacifismo e antiamericanismo (o forse sarebbe meglio dire antimperialismo). Ma quella che allora a Washington chiamavano la “dottrina Obama” prevedeva l’impiego sul campo di battaglia di forze speciali, addestratori (leggi manovratori) e soprattutto tanti droni armati di tutto punto, passati da poche decine nelle operazioni segrete della Cia della precedente amministrazione Bush Jr., alle centinaia attuali, operativi in tutte le forze armate. Sotto Obama, gli attacchi dei droni in Pakistan sono aumentati del 600% (in media 2-3 al giorno), come denunciava nel 2013 un dettagliato rapporto di Amnesty International, secondo il quale siamo di fronte a «una delle più controverse questioni relative alla violazione dei diritti umani nel mondo». I loro raid, in territori come quelli mediorientali fatti di vicoli e case una attaccata all’altra, hanno provocato in questi anni diverse migliaia di vittime civili. «Vere e proprie esecuzioni extragiudiziali o crimini di guerra – continua Amnesty – che favoriscono l’antiamericanismo e il reclutamento nei gruppi che mirano a combattere». In altre parole, per ogni presunto terrorista ucciso senza processo, prove o accertamento di responsabilità, a causa dei danni collaterali se ne arruolerebbero altre decine. Per questi omicidi extragiudiziali, compiuti in giro per il mondo violando la sovranità di altri Stati, il grilletto viene premuto negli Usa, adoperando joystick e satelliti. È come se il governo statunitense facesse fuoco su un narcotrafficante internazionale nei vicoli di Napoli. Quante altre persone morirebbero in quell’attacco? Ma soprattutto, i benefici sarebbero davvero superiori ai costi umani e politici?

Arriviamo così al nuovo inquilino della Casa Bianca, il tycoon repubblicano Donald Trump, costruttore e star televisiva prima di diventare a sorpresa presidente, ma soprattutto un vero e proprio maestro in grado di rivendere al pubblico le sconfitte come vittorie, gli insuccessi come successi. La sua ondivaga politica estera sembra dettata dall’ossessione di smarcarsi dal suo predecessore, dal voler mostrare a tutti i costi discontinuità rispetto all’amministrazione Obama. La prima azione di Trump è stata ribaltare le fragili alleanze costruite dal suo predecessore. Già in campagna elettorale sosteneva che per battere l’Isis bisognava allearsi con Mosca. Ora sta invece cercando di mettere all’angolo gli ayatollah che guidano l’Iran, minacciando di cancellare l’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto assieme all’Europa. Il risultato è un’azione in Medio Oriente apparsa finora incoerente e confusa. Una prima svolta è però arrivata il 13 marzo, quando Trump ha nominato come segretario di Stato l’ex direttore della Cia Mike Pompeo, ultraconservatore considerato un falco in politica estera, mentre a guidare l’Agenzia ha messo Gina Cheri Haspel, prima donna nella storia a ricoprire quel ruolo, definita una “lady di ferro”, figura quantomeno controversa, soprattutto per l’accusa di crimini di guerra quale responsabile di un sito segreto della Cia in Thailandia in cui venivano detenuti, interrogati e soprattutto torturati i sospetti terroristi di al-Qaeda dell’era Bush. Trump ha sempre affermato di voler uscire dalle serie infinita di guerre in cui la sua America è incappata per errore proprio durante quella “guerra al terrore”, ma ha fatto poco o nulla a favore di questo tanto declamato disimpegno. Secondo alcune stime, la presenza militare degli Usa nella regione sarebbe anzi già aumentata sotto la sua amministrazione di circa il 33%, per un totale di quasi 54mila soldati e personale di supporto civile in più.

L’ultima vittoria che Trump sta cercando di rivendere al mondo è “la pace” con la Corea del Nord. Il 27 aprile è avvenuto un incontro definito “storico” tra il dittatore nordcoreano Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in. Entro la fine di maggio dovrebbe avvenirne un altro, non meno “storico”: a sedersi al tavolo col despota dovrebbe essere il presidente Usa in persona. Dopo anni ai ferri corti e minacce incrociate, peraltro sull’orlo del pericolo di un conflitto nucleare, l’obiettivo del nuovo dialogo tra le parti è formalizzare la fine della guerra tra le due Coree (il cessate il fuoco vige tuttora solo grazie all’armistizio firmato nel 1950) e programmare la denuclearizzazione dell’intera penisola. Sempre a maggio, la Corea del Nord dovrebbe infatti chiudere il sito dei test atomici di Punggye-ri in «forma pubblica»: il dittatore Kim ha affermato di volerlo fare alla presenza di esperti sulla sicurezza Usa e sudcoreani, nonché dei giornalisti.

Dietro questa svolta potrebbe però nascondersi una strategia di Pyongyang tesa ad addolcire la comunità internazionale, così da garantirsi la propria sopravvivenza.La popolazione della Corea del Nord è infatti da tempo alla fame, i servizi pubblici al collasso e ora persino le casse statali si stanno pericolosamente svuotando.

(terza parte...)

A mettere in ginocchio il regime l’inasprimento delle sanzioni della comunità internazionale varate negli ultimi anni proprio in risposta a quel programma missilistico/nucleare. La risoluzione 2371 del Consiglio di sicurezza Onu, nell’agosto 2017, ha ad esempio vietato a Pyongyang anche l’esportazione di minerali tra cui il carbone, uno degli ultimi commerci legali internazionali che erano rimasti al Paese. Pur di fare cassa, il regime sarebbe così ricorso a metodi inusuali o poco ortodossi. Un’inchiesta del New York Times ha denunciato che l’ambasciata nordcoreana in Bulgaria venga affittata per feste private, in Germania sia affittata a una società tedesca che ha aperto un ostello della gioventù, in India farebbe compravendita di carne (anche delle loro “sacre” mucche), in Norvegia contrabbando di alcol e sigarette. Inutile dire che ovviamente l’Onu proibisce l’uso delle sedi diplomatiche per fini non istituzionali. C’è poi l’accusa forse più grave: l’uso delle sedi diplomatiche per il narcotraffico, messo in piedi da Pyongyang, con la produzione in proprio di metanfetamina, business che potrebbe garantire secondo l’antidroga statunitense fino al 40% del profitto estero del Paese.

In Corea, Trump starebbe quindi soltanto incassando il successo di anni di sanzioni imposte da altri, che avrebbero messo a rischio la stessa sopravvivenza della dittatura visto che tutti i regimi, per restare in piedi, necessitano sempre di una cassa continua per cercare di comprarsi i nemici non eliminabili e mantenere la stabilità del proprio apparato.

Anche l’azione in Siria del presidente Usa ha poco senso sul piano militare e strategico. I due attacchi contro il regime di Assad sono in realtà stati preannunciati, concordati, se non addirittura accettati da Putin. A conferma di ciò, la delegazione del parlamento russo (la Duma) che, appena 24 ore dopo l’ultimo raid avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 aprile, ha fatto visita al dittatore siriano. Durante quell’incontro, Assad ha ringraziato Mosca per il sostegno militare, confermando che è stato un «successo», aggiungendo anche che la Siria resterà sulle sue posizioni contro «l’agenda imposta dall’Occidente». Quel bombardamento di Usa, Regno Unito e Francia, secondo Money, sarebbe costato almeno 300 milioni di dollari, di cui 147 milioni solo per i 103 missili lanciati, 71 dei quali peraltro – come ha sostenuto il generale russo Sergei Rudskoi – «sono stati intercettati». Questi ha anche aggiunto che le strutture colpite, collegate secondo le accuse al «programma chimico militare» di Damasco, «non venivano utilizzate da molto tempo e non c’erano né personale, né apparecchiature in loco».

Quell’azione sembra insomma soltanto aver giovato a Putin, consegnando ancora di più la Siria nelle mani di Mosca. Questa ha accresciuto la propria influenza nel Paese (il russo è diventato la prima lingua straniera insegnata nelle scuole rimaste in piedi), venderà al regime un nuovo sistema antimissilistico e conserverà le proprie basi nel Paese (tra cui quella navale di Tartous, unico sbocco sul Mediterraneo del Cremlino). La permanenza di Assad al potere, in accordo col Cremlino, sarebbe inoltre una vittoria per l’Iran e quindi per l’asse sciita, a scapito proprio dei principali alleati americani nella regione, Arabia Saudita e Israele in testa. Sarà anche un caso ma, quasi in contemporanea, lo Stato ebraico ha deciso di compiere raid in Siria contro le postazioni iraniane. Trump mira persino a riallacciare buoni rapporti con il “sultano” turco Recep Tayyip Erdogan, per mettere fine all’isolamento in cui questi era stato confinato nell’era Obama, in risposta alle purghe compiute dopo il tentato golpe del 2016.

A questo punto, è legittimo chiedersi se l’azione militare di Usa, Gran Bretagna e Francia contro la Siria non sia un tentativo dei loro leader in difficoltà sul fronte interno (Russiagate per Trump, Brexit per la May e scioperi a oltranza per Macron) di riconquistarsi i favori della propria opinione pubblica, inorridita dalle immagini rimbalzate sui media del nuovo impiego di armi chimiche sui civili siriani.

A pagarne le conseguenze, come sempre, sono i civili e le popolazioni in cerca di democrazia. Ancor più, se davvero l’exit strategy immaginata da Trump in Siria è una forza “di pace” sunnita a guida saudita. Secondo alcuni, ci sarebbe questo progetto dietro al nuovo inchinarsi statunitense alla corona della monarchia reale di Riad: lo scorso 20 marzo il giovane principe regnante Mohammed bin Salman è stato accolto per la prima volta da Trump con tutti gli onori alla Casa Bianca. Già a dicembre il presidente americano aveva chiesto al reale 4 miliardi di dollari come contributo per aiutare a ricostruire e stabilizzare la Siria. L’Arabia Saudita, storico alleato Usa nella regione, ma messo all’angolo da Obama con l’accusa di finanziare il terrorismo di matrice salafita (il movimento riformista islamico nato per scuotere l’islam dalla spinta colonizzatrice dell’Occidente e dalla decadenza politica, economica e culturale), è il più grande detentore delle riserve petrolifere globali, il secondo maggiore Paese dell’intero mondo arabo, ma soprattutto il più retrogrado e antidemocratico. Nel suo regno, basato sul rigoroso rispetto della legge wahhabita (un’interpretazione fondamentalista del Corano), molte libertà fondamentali sancite dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo semplicemente non esistono, le corti islamiche applicano la pena di morte – anche per droga, ateismo, apostasia, omosessualità, adulterio e stregoneria (nel 2017 record mondiale per numero di giustiziati) – e le punizioni corporali (inclusa l’amputazione delle mani e dei piedi per i ladri e la fustigazione anche per “cattiva condotta sessuale” o ubriachezza); le minoranze religiose e politiche vengono oppresse, i prigionieri torturati, gli stranieri poco tollerati, i diritti delle donne e degli omosessuali negati.

Come troppo spesso accade, questi dettami sono imposti alla popolazione senza appello ma non valgono per l’estesa e numerosa famiglia reale al potere. Il 26 ottobre 2016 la polizia libanese ha arrestato all’aeroporto internazionale di Beirut il principe saudita Abdel Mohsen bin Walid bin Abdulaziz. Stava per decollare col suo jet privato proprio alla volta di Riad, capitale del regno, con ben 40 valigie piene di Captagon (metanfetamina) e un’altra contenente cocaina.

Sulla base del tacito accordo “sicurezza in cambio di petrolio” prima, del supporto militare nell’area oggi, da decenni la monarchia dell’Arabia Saudita viene protetta dagli Stati Uniti che, in nome dei propri interessi, continuano tuttora a scatenare conflitti appoggiando quando gli torna utile dittatori ma sostenendo di voler esportare diritti e democrazia.

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