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Civilissima Europa
di Alessandro De Pascale

Il flusso migratorio continua a dividere e scavare nuove trincee nel Vecchio Continente. Non cambierà praticamente nulla, neanche dopo il tanto atteso vertice europeo sui migranti di fine giugno a Bruxelles. Un “non” risultato prevedibile, visti i fronti contrapposti, le due diverse e inconciliabili visioni d’insieme che ormai regnano da tempo. Da un lato i membri storici dell’Unione Europea, che vedono la soluzione nelle fondamenta stesse dell’Unione: la gestione collegiale dei problemi. Dall’altro, una parte determinante della “nuova” Europa che si è allargata ad Est con il suo netto rifiuto di sottostare al principio di solidarietà comunitario.

L’unica nefasta novità, semmai, è l’ingresso dell’Italia in quest’ultimo asse politico europeo, formato dalla destra nazionalista di stampo razzista. In altre parole, nel populista e sovranista club di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Ungheria), che al controllo delle frontiere comunitarie ha resuscitato la difesa dei confini nazionali, mettendo così in discussione alcuni capisaldi dell’Ue, come la libera circolazione delle persone garantita dallo Spazio Schengen. A capo di questa fronda di Paesi c’è il premier del governo più a destra d’Europa, quello dell’ungherese Viktor Orban, secondo leader più longevo dell’Ue dopo la tedesca Angela Merkel. Da vent’anni questo figlio della borghesia rurale del Transdanubio Centrale, attivo in politica fin dall’adolescenza, guida l’Ungheria col suo mix di populismo, autoritarismo, euroscetticismo, nazionalismo e conservatorismo. Per la propria crociata anti-immigrazione, il blocco di Visegrad agita lo spauracchio dell’islamizzazione dell’Europa. Rievoca le radici cristiane del Vecchio Continente, ma non sulla base del sentimento di amore per il prossimo, della fratellanza fra gli uomini e della bontà e misericordia divina. A essere richiamata è piuttosto l’accezione di popolo eletto, popolo di Dio, riadattando in chiave xenofoba e nazionalista lo storico anelito della riunione di tutti i cristiani, attualizzato col trincerarsi e difendersi dallo sbarco in massa dei “neri musulmani”.

Il premier ungherese Orban ha affermato che vuole «liberarsi dai dogmi e dall’ideologia occidentale europea», rinnegando quindi persino la forma di democrazia liberale occidentale. Posizione allo stesso tempo anacronistica e paradossale. La stessa Commissione Europea, in una pubblicazione divulgativa del 2014, ricorda a tutti i cittadini comunitari che, «al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, i Paesi dell’Europa centrale e orientale costretti per decenni a vivere “dietro la cortina di ferro”, riacquistano la libertà di scegliere il proprio destino e molti decidono che il loro futuro è accanto alle nazioni democratiche europee». Ciò avveniva nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino, quando l’Ue, dopo aver incoraggiato la riunificazione della Germania, accoglieva nell’Unione anche le ex repubbliche dell’Urss. L’Europa unita era del resto germogliata dalle macerie della Seconda guerra mondiale, il più devastante conflitto della storia, proprio con l’obiettivo di riservare al Vecchio Continente un futuro di «pace, stabilità e democrazia». Nel ventunesimo secolo quel tentativo di «promuovere la solidarietà economica e sociale» rischia di essere spazzato via dal vento nazionalista di destra, che da Est ha iniziato nuovamente a soffiare sull’Europa. E non è l’unico “scherzo” della storia. Un altro ritorno al passato è l’erezione di un nuovo muro su suolo europeo, un quarto di secolo dopo la caduta di quello di Berlino. Orban lo ha costruito nel 2015 lungo il confine con la Serbia, per bloccare i migranti che cercano di ottenere asilo nel Paese.

È questa la politica a cui strizza l’occhio il nuovo governo giallo-verde italiano. Non dimentichiamoci che nel 2016 fu proprio il premier ungherese a esortare l’ex primo ministro, Paolo Gentiloni, a chiudere i porti italiani alle navi cariche di migranti. Esattamente quello che ha fatto ora il governo 5 Stelle-Lega, entrando così nel club di Visegrad. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva pubblicamente ammesso di guardare a Est già a inizio giugno: «Ho avuto una telefonata cordiale con il premier ungherese Viktor Orban. Lavoreremo per cambiare le regole di questa Unione Europea». Al termine della riunione di Bruxelles, il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, ha dichiarato: «Rientriamo a Roma decisamente soddisfatti». Anche il titolare del Viminale si mostra compiaciuto del risultato: «L’Italia torna protagonista, finalmente l’Europa è stata costretta ad accettare la discussione su una nostra proposta. Complimenti a Conte», l’eco di Salvini. In realtà, l’esito dell’accordo è deludente. A partire dal nulla di fatto sulla riforma del Trattato di Dublino, il cui testo di modifica è stato approvato lo scorso novembre dall’Europarlamento. L’obiettivo di quella riforma è introdurre un sistema obbligatorio di suddivisione dei richiedenti asilo tra tutti i Paesi membri dell’Ue, fissando quote sulla base del Pil e della popolazione. Per ogni migrante non ricollocato sul proprio territorio, scatterebbe una sanzione di 250mila euro e gli Stati recidivi rischierebbero il taglio dei propri fondi comunitari. Alla base di questo meccanismo sanzionatorio, peraltro molto simile a quello proposto dalla Commissione europea già nel 2016, c’è il concetto di solidarietà: puoi anche decidere di non farti carico di questi disperati che rischiano la loro vita in cerca di un futuro migliore, ma devi ugualmente sostenere i costi della loro accoglienza nell’Unione Europea. Un principio, questo, rispedito al mittente ancora una volta dal blocco dell’Est. L’unico a cantare vittoria il premier polacco, Mateusz Morawiecki: «L’Europa ha adottato le posizioni di Visegrad», ha gongolato. Ma per l’Italia questo significa continuare a dover identificare i migranti, per poi cercare Paesi membri disposti ad accogliergli. Perché la redistribuzione resta «su base volontaria».

C’è poi lo stop ai movimenti secondari di richiedenti asilo tra Stati membri, preteso dalla Merkel per soddisfare il suo ministro degli Interni, Horst Seehofer, che altrimenti avrebbe fatto cadere il suo governo. Questi migranti dovranno in pratica tornare o restare nel Paese di sbarco, dove potranno nascere nuovi centri di identificazione gestiti dall’agenzia Ue Frontex e non dal Paese ospitante. Il testo finale uscito dal vertice fissa paletti anche al lavoro delle Ong: «Tutte le navi operanti nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della guardia costiera libica», si legge nel documento finale del Consiglio europeo. Su questo ha avanzato critiche persino l’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti (Pd), che l’ha definito «un accordo, sempre che lo sia, minimale e fragilissimo, che punisce le Ong».

È bene però ricordare che a commentare è chi nel precedente governo aveva per primo attuato una stretta alle operazioni in mare delle organizzazioni non governative, portando alcune di esse a tirare i remi in barca. Sempre a Minniti si deve la trattazione sommaria delle domande di protezione dei migranti che chiedono asilo. Quella riforma, la Minniti-Orlando, dal 27 giugno è al vaglio della Cassazione in seguito a un ricorso dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – sostenuto anche dall’Arci, dallo Sportello dei diritti e dai Giuristi democratici. Entro un mese, la Suprema corte dovrà decidere se inviare quel discusso decreto alla Consulta, per sospetta incostituzionalità.

Mentre oggi Minniti si presenta come difensore delle Ong, Salvini ovviamente festeggia la scelta europea, assicurando che le loro navi «non vedranno più l’Italia se non in cartolina». In altre parole, ancora respingimenti, porti chiusi e vittime in mare. Muri e barriere che ci allineano alle radicali e restrittive politiche di Visegrad. A partire dalla nuova legge del premier ungherese Orban, ribattezzata “Stop Soros” e approvata lo scorso 29 maggio, che punisce, come reato penale, tutte le organizzazioni non governative che forniscono qualsiasi tipo di aiuto agli immigrati irregolari. Una scelta senza precedenti in Europa. «Mi danno del razzista e del fascista ma, come dicono i militari italiani e libici, [le Ong, ndr] aiutano gli scafisti», sostiene il titolare del Viminale Salvini. Il governo giallo-verde, dunque, vuole risolvere la questione immigrazione respingendo le navi umanitarie delle Ong e regalando altre motovedette alla Guardia costiera dello Stato libico in mano ai signori della guerra, questi sì davvero in combutta con gli stessi trafficanti di esseri umani. Vorrebbe inoltre aprire in Libia centri di identificazione (di detenzione?) e procedere sulla nostra Penisola a censimenti etnico-razziali ed espulsioni di massa.

È stato completamente cancellato il valore sacrosanto per cui il salvataggio in mare è un principio umanitario, oltre che un obbligo, accolto nelle norme internazionali, compreso il nostro codice della navigazione. Lo Stato che coordina le operazioni di ricerca e soccorso è tenuto anche a individuare un luogo sicuro di sbarco o assicurare che esso sia fornito. «L’area di responsabilità italiana rappresenta circa un quinto dell’intero Mediterraneo, ovvero 500mila chilometri quadrati», si legge nella Guida sulla solidarietà in mare, realizzata nel 2017 dalla Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili (Cild), rete di organizzazioni della società civile al lavoro per difendere e promuovere i diritti umani. «Non sempre il luogo sicuro è lo Stato costiero più vicino all’area in cui avvengono le operazioni di soccorso. Non sono infatti considerati “sicuri” porti di Paesi dove si possa essere perseguitati per ragioni politiche, etniche o di religione, o essere esposti a minacce alla propria vita e libertà», ricorda il Cild. E la Libia, cui l’Italia vorrebbe affidare i profughi, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (l’Unhcr) non soddisfa i criteri internazionali, sia per le volatili condizioni di sicurezza, sia per non aver ratificato la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, né le principali convenzioni in materia di diritti umani. Numerosi rapporti denunciano infatti le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti dei migranti, che vengono «detenuti in condizioni che non rispettano gli standard» dimostrando «frequenti abusi nei confronti di richiedenti asilo, rifugiati e migranti», si legge ancora nella guida della Coalizione. Qui finiscono sia i migranti che arrivano in Libia, sia coloro che vengono “soccorsi” dalla Guardia costiera di Tripoli sostenuta da Roma.
La proposta italiana era di legalizzare quei centri, facendoli gestire all’UE, ma nel documento finale del vertice europeo c’è solo un invito a «esplorare rapidamente la possibilità di piattaforme di sbarco regionali, in cooperazione con i Paesi terzi». In pratica, cercare di realizzare hotspot in Africa dove rispedire i migranti, come chiesto da Austria, dai Paesi di Visegrad e dall’Italia, la quale – come detto – proponeva però di costruirli in Libia. In quest’ottica si è inoltre deciso di sbloccare la seconda tranche dei 3 miliardi di euro che l’Europa sta dando alla Turchia per fermare l’arrivo dei migranti sulle coste greche. Con quei soldi, il sultano turco Recep Tayyip Erdogan, che con le elezioni di giugno si è assicurato il potere in patria fino al 2023, ha costruito muri e campi profughi per conto dell’UE, bloccando proprio chi aveva più diritto d’asilo: i rifugiati iracheni e siriani in fuga dalla guerra. Al nostro nuovo governo andrebbe forse ricordato che è stata proprio la chiusura della rotta Balcanica voluta dagli “amici” del club di Visegrad a rimettere la Libia al centro del traffico di esseri umani e a rilanciare gli sbarchi nel Mediterraneo centrale. Le navi a cui l’Italia nega oggi l’ingresso nei nostri porti sono quelle cariche all’inverosimile di centinaia di migranti, nella maggior parte dei casi giovanissimi, ragazze incinte (spesso vittime di stupri da parte dei trafficanti di uomini) e minori non accompagnati. Esseri umani che, anche grazie alle Ong, hanno salva la vita dopo estenuanti viaggi in mare, stipati su gommoni di fortuna, alla ricerca disperata di miglior vita o maggiori libertà. Esseri umani in fuga da carestie, guerre o dall’oppressione dei regimi. Spesso provengono da ex colonie occidentali, povere e dilaniate dalla corruzione, ma ricche di risorse naturali tuttora sfruttate dalle nostre multinazionali.
Numeri alla mano, i migranti arrivati sulle nostre coste dall’inizio del 2018 al 31 maggio provengono principalmente da tre nazioni: Tunisia (2.734 persone), Eritrea (2.211) e Nigeria (916). La prima è l’unico paese uscito con una democrazia e relativamente stabile dalle cosiddette “primavere arabe” del 2011. I suoi migranti sono di tipo economico. Su 11,5 milioni di abitanti (poco più della Lombardia), a fine 2017 gli occupati in Tunisia erano 3,5 milioni; senza un lavoro il 15,3% della popolazione attiva, cioè 628mila unità, di cui ben 270mila laureati e soprattutto donne. L’Eritrea è un’ex colonia italiana, i cui 5 milioni di abitanti (quanti la Sicilia) vivono dal 2001 sotto una feroce dittatura con terribili esecuzioni, violenze e stupri su donne e bambini. Un regime col quale politici e sindacati italiani continuano ad avere rapporti, gli imprenditori italiani a fare affari, mentre agli eritrei che fuggono e sbarcano in Italia non sempre viene riconosciuto il diritto d’asilo. C’è poi la Nigeria, il più popoloso Paese africano (191 milioni di abitanti, oltre il triplo dell’Italia), nonché prima economia del continente nero (26esima al mondo), ricca di petrolio, carbone e stagno. I suoi giacimenti di greggio sono sfruttati anche dall’Eni, che in quel Paese conta il maggior numero di dipendenti fuori dall’Europa. Nel 2011, lavorando sui cablogrammi riservati della diplomazia Usa diffusi da Wikileaks, avevo realizzato una serie di servizi sulle lamentele di società petrolifere americane che accusavano il nostro colosso energetico di aver giocato sporco, pagando mazzette dall’Uganda all’Iraq, ma anche alla stessa Nigeria. Episodi per i quali attualmente i vertici della società sono sotto processo a Milano per corruzione internazionale, assieme ai colleghi dell’olandese Shell, con l’accusa di aver autorizzato il pagamento di tangenti ai politici nigeriani per quasi un miliardo di euro. Altro che i 500 milioni con i quali l’accordo di Bruxelles rifinanzierà il Fondo fiduciario per l’Africa, peraltro attingendo dai fondi europei per lo sviluppo (mirati quindi a creare nuovi di posti lavoro nell’UE).
I giallo-verdi si definiscono il governo del cambiamento, ma l’unico cambiamento palese fino ad ora sembra quello di aver fatto attraversare all’Italia il solco che divide l’Europa. Da nazione fondatrice dell’Unione Europea (le cui basi sono state gettate nel 1957 con la firma dei “Trattati di Roma”), ora siamo anche noi nel club nazionalista di Visegrad, del quale fa parte anche il più giovane premier d’Europa, l’austriaco Sebastian Kurz, che si era detto pronto a schierare l’esercito al confine con l’Italia per impedire l’ingresso sul proprio territorio dei migranti sbarcati sulla nostra Penisola, e al quale toccherà per 6 mesi la presidenza del Consiglio dell’UE. Il 2019 sarà l’anno di un nefasto anniversario: dalla nascita del fascismo – che, come ricorda la Treccani, «distrusse le istituzioni dello Stato liberale e diede vita a un regime dittatoriale, crollato nel luglio 1943» – sarà passato esattamente un secolo. La nomina di un ministro dell’Interno la cui politica è sintetizzata dallo slogan «prima gli italiani» fa temere il varo di nuove leggi razziali. Gli ultimi effetti giuridici di quelle fasciste del 1938, come ha recentemente ricordato il collega Luciano Tas, non sono cessati alla fine della Seconda guerra mondiale ma nel 1987, oltre quarant’anni dopo il termine di quel conflitto e la nascita della Repubblica Italiana. Lo si legge in una pubblicazione del Senato di quell’anno. Una decisione presa ora potrebbe quindi avere ripercussioni a lungo. E non solo sui migranti.
Ancora una volta dimostriamo di avere scarsa memoria, perché anche la storia italiana è fatta di migrazioni di massa. Tra il 1861 e il 1985 hanno lasciato il nostro paese, soprattutto verso Stati Uniti, Canada, Svizzera, Argentina e Brasile, ben 29 milioni di italiani, dei quali quasi 19 milioni (il 65%) non sono più tornati. L’attuale ministro dello Sviluppo economico, Luigi di Maio, nell’aprile 2017 disse che «l’Italia ha importato dalla Romania il 40% dei loro criminali». Mentre il titolare del Viminale, Matteo Salvini, il 29 giugno ha tuonato che «se ci sono migliaia di tunisini ospiti delle carceri italiane evidentemente c’è qualche problema (…), non ti posso prendere sia l’olio che il delinquente», riferendosi all’olio d’oliva effettivamente esportato dalla Tunisia sul mercato europeo. Dichiarazioni che hanno fatto infuriare quei due paesi. Sarebbe certamente lo stesso per Salvini e Di Maio se il presidente degli Usa, Donald Trump, dicesse che dall’Italia gli Usa hanno importato la mafia, cosa peraltro vera, viste le peculiarità, nuove per quel paese, di questo fenomeno criminale.

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