Giulio Regeni e la causa del popolo egiziano
Scritto da Rosa Criscitiello

Ancora una vittima dell’informazione. Ancora una volta in Medioriente. Ancora una volta in circostanze poco chiare.
Alessandro De Pascale e Rosa Criscitiello hanno scritto due pezzi di grande valore sull’assassinio di Giulio Regeni. Ci onoriamo di ospitare il loro contributo come nostro editoriale nel solco della nostra tradizione di impegno civile e di comunicazione sociale. Giulio Regeni indaga, come Giancarlo Siani, le ragioni sociali dell’ingiustizia e della prevaricazione. Vengono uccisi per questa precisa ragione, per questa loro ricerca della verità. Li accomuna non solo il martirio e la giovane età ma anche la determinazione e la consapevolezza dei rischi che corrono. Eppure fanno prevalere la bellezza dei loro ideali nei loro pensieri e nella loro azione.

La commozione della Sua maestra di scuola è la nostra commozione. La inviteremo a stare tra noi per parlarci di Giulio perché la maniera migliore per ricordare è quella di prendere posizione sul presente. Ancora una vittima dell’informazione. Ancora una volta in Medioriente.

Ancora una volta in circostanze poco chiare. Ancora una volta con depistaggi. Ancora una volta non un caso isolato. Di cui si parla, però, perché nostro connazionale. A differenza di tanti altri che hanno fatto la stessa fine, in circostanze anche quelle ancora tutte da chiarire. Gli egiziani lo dicono senza mezzi termini: l’Egitto del neo dittatore eletto, il maresciallo di campo Abd al-Fattah Al-Sisi, è peggio di quello del vecchio rais deposto dalla Primavera araba, il generale Hosni Mubarak. «Se siete stranieri per favore non venite in Egitto. Almeno non adesso. Finché non saremo capaci di darvi un minimo di sicurezza e un trattamento adeguato da parte della popolazione e delle autorità», ha scritto in un appello l’attivista Mona Seif, moglie di Alaa Abdel Fattah, socialista in prigione per le sue campagne contro i processi militari civili e il suo impegno anti-regime, ricordato dalla direttrice de Il Manifesto, Norma Rangeri, nel suo editoriale di sabato. Il giovane ricercatore Giulio Regeni non è del resto l’unico ad essere stato ritrovato morto con quelle modalità in quel giorno per nulla casuale. Di lui si sono perse le tracce a Il Cairo il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione. Proprio in quelle ore, le forze di sicurezza egiziane facevano irruzione in ben 5.000 case della capitale egiziana. Il motivo? Sospette violazioni contro il governo Al-Sisi. Basta anche possedere scritti, libri, poster o qualsiasi altro oggetto, ma anche avere rapporti, frequentazioni o conoscenze, tali da paventare un legame con il movimento rivoluzionario del 25 gennaio o con i Fratelli Musulmani, vincitori delle prime elezioni libere del Paese e poi destituiti da Al-Sisi, per finire in una delle 42 prigioni egiziane. Con un processo di comodo o di massa irregolare. Ma comunque, troppo spesso, a tempo indeterminato. Carceri nei quali nessuno è in grado di dire quante persone ci siano. Lo studente Ahmed Hus­sein c’è finito addirittura senza processo e senza accusa con una detenzione tuttora indefinita. Sempre il 25 gennaio ma di tre anni fa era stata la volta di Mohammed Al Jundi, attivista anti-regime di 28 anni. Arrestato e torturato dalla polizia, il 3 febbraio ricomparse in un ospedale, nel quale morì il giorno successivo. L’anno scorso i morti in quell’ormai triste anniversario erano stati 23, nel 2014 addirittura 29. Come per Regeni anche per Al Jundi la prima versione fornita alla famiglia e agli amici dagli egiziani parlava di un incidente stradale.

Gli studi di Human Rights Watch mostrano come negli ultimi anni siano scomparse centinaia di persone in Egitto, in particolare giornalisti e attivisti, peggio che durante l’era Mubarak. Il gruppo Egyptian Coordination for Rights and Freedoms afferma che nel 2015 sarebbero scomparse 1.000 persone. In particolare, fra agosto e novembre, una media di 3 al giorno. Diverse decine quelle finite all’obitorio. Nel 2014, secondo dati ufficiali resi noti dall'Associated Press, sono 16.000 le persone arrestate fra i gruppi di opposizione. Fra questi ci sarebbero sostenitori del presidente democraticamente eletto, Mohammed Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani, come anche appartenenti ad altre fazioni politiche laiche o socialiste. Il Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali riferisce invece la morte di 80 persone durante i fermi di polizia e più di 40.000 arresti tra luglio 2013 e metà maggio 2014. Stupri, torture e detenzioni arbitrarie sarebbero all'ordine del giorno nel Paese, data la totale libertà d'azione delle forze di sicurezza nella repressione di ogni attività definita come “sovversiva” dal governo Al-Sisi. La polizia nega sempre di essere implicata in queste sparizioni. Per la prima volta, però, due settimane fa, vista la pressione da parte di un gruppo locale, The National Council for Human Rights, le forze dell’ordine hanno ammesso che cento persone sulle liste degli scomparsi erano in effetti state imprigionate. Secondo Reporter senza Frontiere, l'Egitto è oggi il secondo Paese al mondo per numero di giornalisti sbattuti in galera. Basta solo ricordare il caso dei 3 colleghi della tv panaraba Al-Jazeera (l’australiano Peter Greste, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmi e il producer egiziano Baher Mohammed), prelevati nel loro albergo dalle forze di sicurezza con l’accusa di aver diffuso false informazioni a favore dei Fratelli Musulmani e del deposto presidente Morsi e sbattuti in prigione per 400 giorni, solo per aver fatto il proprio lavoro. Vale la pena ricordare che ai reporter di Al-Jazeera è tuttora precluso l’Egitto. Paese che ha approvato una legge che prevede la condanna a morte per chi è ritenuto complice di complotti e sanzioni per i giornalisti che pubblicano informazioni considerate false o meglio in contraddizione con quanto diffuso ufficialmente dal ministero della Difesa. Norme varate dal golpista Al-Sisi, un militare che alla grande manifestazione parigina per Charlie Hebdo marciava al fianco dei “grandi” della Terra per la libertà di stampa (sic!). Mentre in patria spegne ogni dissenso con arresti e repressioni di massa e fa sedere in Parlamento altri uomini in divisa. Lo stesso Al-Sisi protetto e in affari anche con la nostra Italia. Quello che il nostro premier Matteo Renzi, in un’intervista proprio su Al-Jazeera in merito ai giornalisti arrestati, definiva un «great leader», un «buon leader per un Paese come l’Egitto cruciale per il Mediterraneo». Non per nulla Renzi è stato il primo capo di governo occidentale ad incontrare Al-Sisi quando questi è venuto in Europa. Mentre il corpo di Regeni è ricomparso, sarà anche un caso, proprio quando il nostro ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, era a Il Cairo con una delegazione di nostre imprese a discutere d’affari nella speranza di firmare nuovi e ricchi contratti. Già oggi gli scambi tra Italia ed Egitto valgono 5 miliardi di euro. Peccato che l’economia egiziana è in ginocchio da anni, ancor più da quando disordini e attentati terroristici hanno minato la principale industria del Paese: quella turistica. A questo si sommano le privatizzazioni messe in campo dal governo. Proprio in questo quadro assumono un’importanza ancora maggiore le ricerche di Regeni per la sua tesi di dottorato sui sindacati egiziani, anche indipendenti. Da cui poi sono stati tratti alcuni articoli pubblicati, con uno pseudonimo per maggiore cautela ma soprattutto non essendo un giornalista regolarmente registrato e quindi autorizzato ad operare in Egitto, anche su Il Manifesto. Uno dei quali è finito anche sull’agenzia specializzata in questioni mediorientali e nordafricane, Nena News. Proprio quei sindacati egiziani, si vocifera, avrebbero in mente di paralizzare l’Egitto con un grande sciopero generale a oltranza, come forma estrema per farsi ascoltare da Al-Sisi. Collegare questo complesso quadro all’assassinio del giovane ricercatore è quanto meno complicato. Soprattutto per me, visto che a differenza di tanti altri paesi mediorientali, in Egitto non ho mai lavorato. Fatto sta che essendo morto con sul corpo evidenti segni di torture che si sono protratte, a quanto pare, per giorni, è difficile si possa essere trattato di una rapina o di criminalità comune. Chi lo ha ucciso voleva sapere qualcosa da lui. Sperando magari di ottenerlo con maggiore facilità da un giovane e timido ragazzo italiano, rispetto a quanto possa fare un attivista locale, maggiormente abituato a dover far fronte a quei metodi poco ortodossi. Lavorare in quei territori non è per nulla facile. Ma le fonti e il diritto all’informazione vanno protetti, sempre, anche a costo della vita. In Medioriente come in Italia. La speranza è che la perdita di Giulio, ora, possa servire ad aprire gli occhi del mondo occidentale su tutte le altre persone scomparse in circostanze misteriose in Egitto e sulle palesi e ripetute violazioni dei diritti umani in un Paese che è sceso in piazza nel 2011 per chiedere democrazia. Trovandosi invece due anni dopo a fare i conti con un altro golpe, di un altro militare, anche questo appoggiato dall’Occidente che ancora una volta gli sta rubando il futuro, la vita e la tanto agognata libertà.

Alessandro De Pascale


Il corpo di Giulio Regeni è stato trovato soltanto sei giorni fa, e a nove giorni dalla sua sparizione, in un fosso adiacente una strada poco fuori da Il Cairo. Il cadavere del giovane italiano appariva nudo dalla cintola in giù, coperto di lividi, tagli, bruciature di sigarette, i segni di una lunga agonia e, rivelerà in seguito un esame più approfondito, quelli di alcuni giorni di torture. Eppure ci pare che il rischio della celebrazione che istituzionalizza, che opprime la ricerca della verità e scongiura l’approfondimento di quelle dinamiche che regolano il sacrificio dei testimoni scomodi sia già in agguato. «Rendete a Servio Sulpicio, o Senatori, la vita che gli avete tolto – tuona Cicerone nella IX delle Filippiche, le orazioni contro Marco Antonio, a proposito delle responsabilità dello Stato per la morte dell’ambasciatore Sulpicio, mandato proprio in Egitto – la vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi». Il grande retore declinava così tutto il pathos del quale era capace per sollecitare una memoria di riti e statue: il senatore Sulpicio era anziano e malato, la missione egiziana si poteva forse evitare, ma sulla sua morte non vi erano sostanziali ombre. Cosa diventa invece il ricordo, se la vicenda dei morti che siamo chiamati a tenere vivi nella memoria si presenta come un coacervo di complesse responsabilità, drammatiche domande, immediate e irrinunciabili ricadute sul presente? «Ricordare è vitale», ha detto Adriana Maestro, presidente dell’associazione Giancarlo Siani della nostra Rete, in occasione del trentennale della morte del giovane giornalista napoletano ucciso dalla camorra per causa delle sue inchieste, «che la memoria non diventi però distrazione dal presente: così si fa infatti un torto gravissimo a quelli che, giornalisti e non giornalisti, hanno pagato con la vita il loro impegno ed il loro esporsi. La maniera migliore per ricordare resta prendere posizione sul presente». Giulio Regeni era originario della provincia di Udine, aveva ventotto anni ed era dottorando presso il dipartimento di Studi Internazionali dell’Università di Cambridge. Giulio era in Egitto come “visiting scholar”, ricercatore in visita, all’Università Americana del Cairo; prima di cominciare il suo dottorato, Regeni aveva lavorato per l’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite, sempre al Cairo. L’argomento dei suoi studi era però la condizione dei sindacati e dei diritti dei lavoratori, un argomento pericoloso, visto che in Egitto «le due maggiori federazioni (la Edlc ed Efitu) non riuniscono la loro assemblea generale dal 2013», cioè dall’anno che Abd al-Fattah al-Sisi rovesciò il governo eletto dei Fratelli Mussulmani e del presidente Mohammed Morsi, con la promessa di nuove elezioni, che però arriveranno solo nel maggio 2014 e vedranno in corsa un solo concorrente per Al-Sīsī, mentre andava in scena la defezione generale di tutti gli altri partiti (e dei Fratelli Mussulmani, ça va sans dire). A scrivere della paralisi dei due maggiori sindacati è Giulio stesso, nell’ambito del reportage sulle recenti assemblee dei sindacati indipendenti in Egitto, consegnato a Il Manifesto ben prima della sua sparizione, e che il quotidiano diretto da Norma Rangeri ha poi pubblicato solo dopo che la terribile notizia della morte del giovane era già stata verificata, e stavolta con la firma del ricercatore, proprio in omaggio al suo impegno, e non con lo pseudonimo che Giulio era solito chiedere e ottenere, sicuramente perché conscio dei pericoli che correva (http://ilmanifesto.info/in-egitto-la-seconda-vita-dei-sindacati-indipendenti/ ). Il lavoro di Giulio, dunque, lungi dall’aderire a un mero accademismo compilativo o, peggio, orientato a sostenere una vecchia e verticale idea di crescita, prendeva invece proprio posizione sul presente, e con un assetto che, inevitabilmente, analizzava e denunciava le questioni del lavoro per parlare di quelle dei diritti civili e della sofferta curva di autodeterminazione di un popolo, vale a dire di definitivo affrancamento dai meccanismi interni di oppressione della libertà così come dalle equivalenti ingerenze internazionali. Giulio non era un giornalista di professione, ma aveva trovato ne Il Manifesto un interlocutore naturale per le sue osservazioni e riflessioni su quel mondo arabo che egli studiava, a partire dalla lingua. In questo senso, la percezione di Giulio come accademico e basta risulta parziale, per non dire disonesta intellettualmente. Il giovane ricercatore sembrava piuttosto abbracciare una visione problematica del “suo” mondo arabo in strutturale e drammatica trasformazione. Una trasformazione che investe, in maniera altrettanto strutturale, l’intero assetto geopolitico ed economico mondiale. Ma chi aveva le responsabilità per la vita e l’azione intellettuale e, si, politica, di Giulio in Egitto? E chi ha oggi le responsabilità strutturali della sua atroce morte? Neil Pyper è responsabile associato dell’insegnamento di Impresa e Mercati presso il dipartimento di Strategia e Leadership dell’Università di Coventry, a Londra. Pyper ha pubblicato, lo scorso 5 febbraio sulla piattaforma web di giornalismo accademico www.theconversation.com, un contributo intitolato “La morte del mio amico Giulio Regeni è un attacco alla libertà accademica”. Nel pezzo, il professore della Coventry dice chiaramente: «Se alle università è richiesto (per conservare gli standard di competitività e qualità della ricerca, ndr) di rimanere aperte e internazionali, allora siamo chiamati a esercitare il nostro dovere di cura verso i nostri studenti e colleghi quando lavorano in altri paesi. Ma ci sono limiti a ciò che le istituzioni accademiche possono fare da sole. È perciò fondamentale che i governi sollevino i casi come quello di Giulio, e spingano con forza per ottenere indagini complete e reali responsabili». Pyper prosegue poi chiarendo ulteriormente il concetto: «Le autorità italiane ed egiziane hanno annunciato un'indagine congiunta circa quello che è successo a Giulio, ma pure il governo britannico ha la responsabilità di presentare le proprie osservazioni in tal senso. Soprattutto di inviare il messaggio che qualsiasi abuso da parte delle autorità ai danni di studenti e ricercatori provenienti da università britanniche non sarà tollerato». Per appoggiare questa posizione, una petizione diretta al governo britannico e una campagna nel mondo accademico hanno avuto inizio a partire dalla riflessione di Neil Pyper. Per gli accademici britannici, dunque, il tempo della commemorazione a suon di riti e delle statue sembra lontano, almeno nelle intenzioni. E l’Italia? Era fissata proprio per il 2 febbraio, com’è ormai noto, la missione egiziana del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, poi interrotta quando, lo scorso mercoledì 3 febbraio, è stato rinvenuto il corpo di Giulio. Il Ministro Guidi avrebbe dovuto incontrare Al-Sīsī, il suo Primo Ministro Sherif Ismail, tutti i Ministri economici, l’Autorità del Canale di Suez e altri interlocutori. Gli incontri sarebbero inoltre serviti, come spiega www.dire.it, a delineare i contenuti del vertice governativo che Matteo Renzi (che, lo ricordiamo, è stato il primo leader occidentale a incontrare Abd al-Fattah al-Sisi e l’unico a partecipare al vertice economico di Sharm el-Sheikh, poco meno di un anno fa) ha annunciato voler tenere a breve, sempre in Egitto. La missione del ministro Guidi era concepita per culminare nella stipula di importanti accordi economici al fine di intensificare l’interscambio tra i due Paesi che supera i 4 miliardi di euro, con un export in crescita ad oltre 2 miliardi. Il contesto di repressione determinato dal governo, dal regime, di Al-Sīsī, non ferma gli investitori internazionali, ingolositi soprattutto dall’immenso paniere di aiuti finanziari ricevuti dall’Egitto: parliamo di più di venti miliardi di dollari dagli arabi del Golfo più cinque dalla Banca Mondiale. Per quel che riguarda più direttamente l’Italia, è firmata Eni, come racconta Il Sole 24 Ore, la scoperta di Zhor, enorme bacino di estrazione di gas (850 miliardi di metri cubi circa), che lascia presagire che entro il 2020, l’Egitto di Al-Sīsī potrebbe diventare il nuovo punto cruciale, tra Mediterraneo e Medio Oriente, per l’estrazione, la lavorazione e l’esportazione di quella fonte di energia e il processo sarà, dal punto di vista industriale, gestito proprio da Eni.L’italiano Giulio Regeni seguiva le questioni del lavoro ed era forse molto profondamente al corrente di un piano, del quale circola sempre più fortemente l’ipotesi, concepito dai corpi intermedi indipendenti per paralizzare il paese dal punto di vista economico, allo scopo di denunciare la deriva autoritaria dell’Egitto di Al-Sīsī. Una paralisi strategica perché capace di agire le sue conseguenze ben oltre le sponde del Nilo, come è facile evincere dallo scacchiere di transazioni internazionali descritto precedentemente. La domanda, dunque, resta sempre la stessa, e, in questa fase storica di estrema mondializzazione, finisce col valere davvero per tutti: è ancora possibile, nell’ambito di questa forsennata rincorsa alla crescita e alle risorse (alla quale il nostro paese sembra, tra l’altro, arrivare in ritardo quanto con foga) immaginare di chiedere dignità e giustizia, e non solo per Giulio, ma per i moltissimi intellettuali, giornalisti, sindacalisti, giovani studiosi, scomparsi nel nulla dal 2013 a oggi? Il presidente di Mediterraneo Sociale Salvatore Esposito osserva che «il volto di Giulio ci ricorda il volto di tanti nostri ragazzi ed operatori». Mediterraneo Sociale fa sogni concretissimi di rovesciamento del paradigma economico vigente, quello che pone al centro della sua azione quel “vecchio arnese della storia”, per dirla con le parole del nostro libro collettivo “Acciuffare la luna”, dell’homo oeconomicus; e di creazione di Comunità Locali Sostenibili, e questo non è possibile senza favorire prima la ricerca di una buona vita da parte dei popoli che abitano i territori, no, che li informano delle proprie sembianze con la loro storia, cultura e appartenenza intangibile, spirituale, prima ancora che meramente geografica, ad essi. La comunità che si batte per i propri diritti e per liberarsi delle difformi ingerenze calate dall’alto, prime tra tutte quelle determinate dal Mercato, è già pronta a farsi Comunità Locale Sostenibile. Questo, ne siamo già certi, Giulio lo credeva forte e, per questa ragione, la memoria di lui resterà vitale ancora a lungo per quanti sapranno agirla.

Rosa Criscitiello

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