Economia della Reciprocità

Il punto di domanda – quali sono e come possiamo gestire i processi strutturali del cambiamento – innesca altre domande fondamentali di merito e di tipo strutturale.
Quale fratellanza e quale cittadinanza bisogna praticare per preservare la qualità dell’acqua, dell’aria, della terra, per tutelare le relazioni sociali ed economiche sostenibili, nella consapevolezza di un ineluttabile destino comune per tutti i popoli del mondo?
Quale qualità della vita abbiamo come cittadini, operatori sociali, operai, giovani, se distruggiamo il Pianeta con una cinica logica produttiva, con prodotti che comportano solo il consumo insostenibile delle risorse finite, se non proteggiamo le risorse naturali – l’agricoltura, il mare, la biodiversità – lasciando un’impronta ecologica ed etologica sostenibile?
Quale futuro abbiamo se, nel Mezzogiorno e nel Mediterraneo, non si sostengono la democrazia e i diritti indivisibili ed esigibili, la legalità come responsabilità etica e costituzionale; se si lasciano per anni nelle mani di dittature crudeli ed arcaiche Stati e Comunità solo per vendere loro armi, saccheggiandoli ora con la guerra, ora con gli interessi finanziari delle banche armate?
Quale speranza potranno avere i giovani se restiamo silenti di fronte alla violazione dei diritti umani nel Mediterraneo, dei diritti civili e costituzionali in fabbrica, dei diritti dei lavoratori e delle persone fragili nel mondo sociale?

Qui, proveremo a riflettere proprio su alcuni fondamentali processi del cambiamento di fronte agli interrogativi che ci impone la crisi strutturale che viviamo. Inoltre, sulle condizioni culturali che rendono possibile un vero cambiamento.
Si tratta di cambiare necessariamente, e radicalmente, l’approccio al modello di sviluppo, proponendo un modello economico locale oltre la crescita infinita, immaginando scambi delle risorse materiali e immateriali al di fuori delle logiche dell’accumulazione e del consumo del mercato selvaggio e distruttivo.
Bisogna assolutamente contrastare la finanziarizzazione selvaggia delle risorse del Pianeta per governare saggiamente i beni naturali e sociali delle comunità territoriali, ridando vera sovranità alle popolazioni attraverso la garanzia del benessere locale, garantendo vera democrazia della comunicazione globale.
I temi, le realtà, le strategie politiche su cui centrare i processi strutturali del cambiamento sono naturalmente diversi e fortemente connessi alla sfida locale della decrescita di cui parla con sapienza e ricchezza di esempi Serge Latouche.
L’assunzione di questi programmi di cambiamento implica necessariamente un conseguente nuovo stile di vita e di lavoro non solo come testimonianza ma come modello pedagogico e sociale dell’agire personale e comunitario. Insomma, bisogna assumere anche una riconversione del valore e del significato della nostra vita personale versus i comportamenti di massa del consumo distruttivo, una coscienza nuova alla base del lavoro e dell’impegno sociale di cittadinanza.

1. Responsabilità versus Potere. Un nuovo rapporto con la religione, i partiti e le banche;

2. Interrelazione strutturale fra Questione sociale, Questione del lavoro e Questione ambientale;

3. Morte del Welfare risarcitorio per un Welfare di Comunità orientato alla qualità della vita secondo i parametri ICF;

4. Nuove Economie Territoriali Inclusive fra l’agire locale e il pensare globale: Comunità Locali Sostenibili.

Questo è il modello di sviluppo dell’economia della reciprocità e delle Comunità Locali Sostenibili che vogliamo far vedere e far vivere con tutta la nostra forza e con tutta la nostra passione civile. Per questo, ha poco senso economico, etico e finanziario puntare sulle trivellazioni per estrarre ancora idrocarburi per una manciata di soldi governativi, simbolo del continuo tradimento del capitale verso il mondo del lavoro, l’ambiente e le civiltà diverse del pianeta.
Le Economie Territoriali Inclusive sono trasversali e connettive. L’agricoltura sociale acquista carattere inclusivo mentre il paesaggio diventa attraente, l’artigianato locale si fa filiera e il borgo rivive.
La città si ri-struttura in quartieri dove la partecipazione e la difesa degli spazi di relazione diventano un valore economico, dove il giardino diventa di casa, l’orto possibile, andare a scuola a piedi diventa un diritto, il centro sportivo e il teatro una priorità sociale.
L’orrore urbanistico di massa che divora finanche i siti archeologici e il patrimonio artistico-culturale dovrebbe essere denunciato come il peggior delitto. Il responsabile pubblico che non dispone un territorio urbano a misura d’uomo va cacciato.
La fabbrica del bene di Adriano Olivetti scommette anche sul tessuto industriale come tessuto di relazione.
Le Economie Territoriali Inclusive devono rappresentare non un’iniziativa, un aiuto, ma un modello economico di vita locale partecipata e sostenibile. Il nostro maestro Luciano Carrino, pur riconducendo il concetto di sviluppo alla fisiologica buona evoluzione delle persone e delle comunità e alla buona crescita e buona conoscenza, nella disamina sapiente dei movimenti e delle esperienze che nel mondo hanno contrastato la crescita infelice, propone una seria riflessione sulla esperienza della cooperazione internazionale.

Si tratta di sostituire

«[...] il tradizionale approccio per progetti settoriali separati (attività economiche, salute, educazione, ambiente, diritti ecc.) con l’approccio territoriale a livello locale. [...] Invece di produrre progetti frammentari [...] appoggiare metodi che mobilitano gli attori sociali sia nella programmazione che nell’esecuzione delle attività [...] sostituendo i vecchi approcci arroganti, paternalistici e civilizzatori e stimolando le popolazioni locali a scambiare le proprie esperienze con uguale dignità e per il reciproco vantaggio»

Dobbiamo misurarci con le macerie di una silenziosa guerra sociale che sta mietendo più vittime dell’ultima grande guerra. Dai sociologi ed economisti marxisti e socialisti (L. Gallino, G. Ruffolo) a quelli cattolici (S. Zamagni, L. Bruni), dagli studiosi di finanza etica (A. Baranes, L. Becchetti, M. Crosta) ai ricercatori e ambientalisti di tutto il mondo (J.E. Stiglitz, N. Georgescu-Roegen, G. Nebbia) al pensiero straordinario delle donne (L. Muraro, I. Praetorius), alla sfida locale della decrescita (S. Latouche), tutti e tutte lanciano non più un allarme ma fanno una previsione di autodistruzione dell’umanità e delle specie viventi se non fermiamo questa pazzia della crescita infinita a partire dalle relazioni delle donne e degli uomini nella economia della reciprocità.
È ora di farlo. Con la disseminazione delle buone pratiche delle Economie Territoriali Inclusive e con le Comunità Locali Sostenibili. Nelle loro peculiarità e diversità, con la loro sovranità locale, con la loro forza materiale e simbolica, per un nuovo corso della democrazia partecipata.

PUNTO DI DOMANDA

Se questi sono i processi di cambiamento necessari alla grande trasformazione, quali sono le buone pratiche, le esperienze realizzate come modello riproducibile? Qual è un esempio, in definitiva, di modello di continuità locale che sia riproducibile, sostenibile e abbia un orizzonte globale?

 

 

 

 

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